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sabato 2 maggio 2015

La Guerra di Liberazione: una guerra su Cinque Fronti

1.3.  Il precedente: 
l’Italia nella Seconda Guerra Mondiale

La partecipazione dell’Italia alla seconda guerra mondiale rappresenta il precedente della guerra di Liberazione. E’ lapalissiano che senza l’entrata in guerra dell’Italia il 10 giugno del 1940 la sua evoluzione e la sua conclusione non ci sarebbe stata la Guerra di Liberazione.
Questa partecipazione è una lineare scelta del Governo fascista mussoliniano in coerenza con quelle effettuate in politica estera dal 1935 in poi; scelte avute tutte con l’avallo del Re, della Monarchia e della forse non fasciste ma che si riconoscevano in essa.  Tutto e tutti, nel 1940, erano fascisti o d’accordo con i fascisti e con questa politica; vi erano delle fronte, in quasi tutti gli ambienti anche di vertice, militare, politico, diplomatico, industriale, perfino nella stessa Casa Reale, ma era una fronda, non una opposizione politica tale da incidere nelle decisioni finali. L’opposizione al fascismo, a Mussolini, al regime fascista, come quella al Re alla Monarchia ante 1922, erano state tutte ridotte ai silenzio, all’impotenza, alla capacità di non incidere minimamente in nessuna decisione. Tutto il bene e tutto il male delle scelte del 1940 va accreditato a queste forze, a Mussolini, al PNF al fascismo in genere, al Re, alla Monarchia, alla classe che in essa si riconosceva.
La conduzione della guerra a livello strategico, strategico-operativo e tattico è tutto in mano al Governo fascista ed allo Stato Maggiore Generale delle Forze Armate, Stato Maggiore selezionato, scelto e orientato dal Governo mussoliniano. Per definizione i militari, come i diplomatici e come tutti gli esponenti della amministrazione dello Stato sono subordinati alle decisioni governative, al potere politico. Devono svolgere il loro compito al meglio delle loro possibilità, con le dovute correlazioni a seconda del livello decisionale, che più alto è più rimane in una corresponsione biunivoca con il potere politico tale da poter effettuare ad ogni scelta o decisione quella più aderente e giusta possibile. Non meri ricevitori ed esecutori di ordini da intelligenti operatori delle scelte politiche.
 In 39 mesi di guerra l’Italia raccolse solo sconfitte, perdendo credito non solo agli occhi del nemico, che in alcuni casi non ci considerò un nemico ne terribile ne preoccupante, ma anche agli occhi dei nostri alleati, soprattutto agli occhi dei tedeschi. Il discredito via via accumulato per la condotta della guerra, fa si che da una guerra parallela si passa ben preso ad una guerra subordinata, tanto che il nemico c dileggia nella sua propaganda con la frase, due popoli, un fuhrer, fino a diventare nella primavera-estate del 1943 in una guerra difensiva e da ultima spiaggia per la difesa del territorio metropolitano.
 Che i militari cerchino di reagire a questo desolante orizzonte esaltando il valore del soldato o dei reparti, e quindi addebitando in modo indiretto tutta la responsabilità al potere politico degli insuccessi , e quindi salvando se stessi serve solo a mascherare carenze ed errori a tuti i livelli. “Le scarpe di cartone….. in Russia, “Manco la fortuna non il valore” ecc. sono frasi queste che mascherano gravi errori tecnico-tattici; la condotta della guerra da parte dei Militari, da un angolo di vista molto critico e severo, non è stata delle migliori: non è stata vinta nessuna battaglia di ampio respiro; non vi è stata nessuna iniziativa che abbia attirato l’ammirazione di alleati e nemici, non v è stato nulla di cui in futuro andare orgogliosi, come ad esempio per i Tedeschi. I risultati conseguito dalla Regia Aeronautica sono stati, sul piano strategico, poca cosa; gli errori molti (basti pensare all’invio di formazioni aeree italiane nel 1940 in Belgio per l’attacco aereo all’Inghilterra e i risultati conseguiti; la partecipazione alla campagna di Russia ove i nostri aerei erano costretti a quelle latitudini a volare con il tettuccio aperto ecc.); la Regia Marina non ha vinto nessuna battaglia navale; a priori ha rinunciato alle portaerei, intendendo combattere ogni battaglia a contatto balistico; la notte di Taranto ove, in porto, perse tre corazzate ad opera di pochi biplani britannici è la somma di tutte le scelte fatte; il mancato impiego della flotta, poi, per la difesa del territorio metropolitano,poi, è stato giustificato con la carenza di carburate; ha conseguito vittorie solo con i suoi uomini rana (Gibilterra, Alessandria) che, da una parte suscita ammirazione per l’ardimento e il coraggio dall’altra solleva forti perplessità sull’impiego dello strumento nella sua totalità. Il Regio Esercito non ha vinto nessuna campagna a cui ha partecipato. L’elenco è lungo: tralasciando la campagna del giugno 1940 contro la Francia in cui, nel dichiara la guerra l’Esercito fu messo sulla difensiva, un assurdo sotto tutti i punti di vista, prendiamo in esame per tutte le campagne la Campagna di Grecia; le riflessioni sono veramente amare: attacco alla vigilia dell’inverno; la direzione principale dalla pianura alla montagna che favorisce certamente la difesa; impiego di divisioni binarie in montagna ed alta montagna quando queste erano state predisposte per la guerra di rapido corso in pianura, alleggerite per essere veloci; ignorata completamente la via di facilitazione più redditizia, quella verso Salonicco, tradizionale via per l’invasione della Grecia e scelta quella del Pinto; nessuna azione concorrente della Regia Marina (sbarchi, azioni di bombardamento contro costa, azione contro il traffico inglese in aiuto alla Grecia), quasi nullo l’apporto della Aeronautica; concetto operativo da guerra passata, di trincea, ostacolo e reticolato da superare. La risultante di tutto questo fu il tracollo ed il rischio di essere rigettati in mare con la perdita dell’Albania, ma soprattutto fu la perdita di tutta la credibilità fino a quel momento goduta.
Il prosieguo della guerra è un corollario di errori e sconfitte, ove emerge in modo vistoso la assoluta non cooperazione tra le forze armate, in cui emerge in modo masochistico il dissidio, che ancora oggi vena i rapporti tra loro, tra la Regia Marina (che non voleva le portaerei) e l’Aeronautica, tenacemente in difesa del principio che tutto quello che vola è di sua pertinenza. Così la guerra fu combattuta senza una Aviazione di Marina e senza una Aviazione per l’Esercito, che esistevano all’indomani della Prima Guerra Mondiale ma ferocemente cancellate dai quadri di battaglia a fine anni trenta.
Molto si è scritto in merito alla impreparazione dell’Italia. E’ un falso problema, una giustificazione posteriori, che maschera pesanti responsabilità del vertice sia politico che militare che diplomatico, propedeutico ad avalli di facili assoluzioni.
Un carro armato L3 è un mezzo valido e potente se impiegato ne tratturi delle ambe abissine; diventa un grottesco giocattolo espressione di impreparazione quando impiegato (Squadrone San Giorgio in Russia) nella pianura ucraina contro i T 34 Russi. L’aviazione tedesca nelle prime fasi della battaglia d’Inghilterra, nel luglio 1940, impiegò squadriglie di Stukas (J88) che erano reduci dalla spettacolare campagna contro la Francia di cui erano stati i protagonisti; furono sterminati dai Spitfire inglesi molto più potenti. Qualcuno ha mai parlato di imprecazione della Germania alla guerra? Occorre chiedersi, quando si parla di impreparazione, sempre con riferimento alla Russia, chi ha inviato quel genere di truppe in un teatro così lontano ed inutile agli interessi italiani come quello russo? Chi ha approntato le forze in questa maniera e per questo teatro? Chi ha impiegato sul terreno queste forze? Chi ha redatto ed approvato i piani operativi? Non è che si risolvono tante cose, ma è molto utile per capire che l’impreparazione centra poco o nulla. Una critica spietata e “feroce” della nostra partecipazione alla seconda guerra mondiale; uno studio virile e non giustificativo e autoreferenziale e nostalgico senza il manto del “valore del soldato italiano” e del “ noi non abbiamo colpa perché abbiamo ubbidito solo agli ordini” può aiutare a capire questi 39 mesi di guerra e di insuccessi. Stessa critica feroce dall’angolo politico e soprattutto dall’angolo diplomatico, branca questa della amministrazione dello Stato regina nel sottrarsi alle sue responsabilità.
Riassumendo, una guerra combattuta in contrapposizione all’alleato principale (non ci fu mai, come per gli Alleati, un Stato Maggiore integrato fra Italia e Germania, solo ufficiali di collegamento), con le tre Forze Armate rigorosamente separate, ognuno per conto suo a combattere la sua guerra, in una strategia assente in cui non era stato definito chiaramente l’obiettivo per cui si combatteva ( tanto è vero che ancora si cerca disperatamente di rispondere alla domanda: perché l’Italia è entrata in guerra?) .
La conclusione di questi 39 mesi sono la sconfitta e l’esaurimento delle capacità combattive dell’Italia. Come logico, in ogni guerra, si deve riconoscere la propria sconfitta e cercare di limitare al massimo le conseguenze della sconfitta stessa. Anche questa fase dal vertice Politico, dal Vertice Militare, ma soprattutto dal vertice Diplomatico è stata condotta in modo disastroso. Quello che doveva essere il termine della guerra o ancor più un rovesciamento delle Alleanze, operazioni queste in cui Casa Savoia costruì le sue fortune dal 1000 in poi, fu una tragedia in cui sprofondò l’Italia. Qualche anno fa si dibatté molto in questa che fu definita la crisi armistiziale se era “morta la Patria”, un dibattito tanto interessante quanto sterile se rapportato al termine al concetto di Nazione.
Una guerra, la Seconda Guerra Mondiale, dichiarata senza un chiaro obiettivo, condotta male, e conclusasi ancora peggio, è il precedente della Guerra di Liberazione.
(massimo.coltrinari@libero.it)


sabato 25 aprile 2015

NELLA DATA ANNIVERSARIA DELLA LIBERAZIONE UN PENSIERO REVERENTE A TUTTI I

 CADUTI

DELLA GUERRA DI LIBERAZIONE.

A COLORO
 CHE VERAMENTE L'HANNO FATTA 
UN COMMOSSO ED AMMIRATO SALUTO 
DI GRANDE RICONOSCENZA

sabato 18 aprile 2015

La Guerra di Liberazione: che cosa è?


Riportiamo un brano del volume che si sta completando a margine dei corsi in essere, come contributo al dibatti in tema di esercitazione di gruppo:


Lotta che il popolo italiano….    Quindi la dizione “Guerra di Liberazione” è una convenzione dettata dall’approccio popolare coevo che sottolinea la volontà di una gran parte del popolo italiano di riprendere la propria sovranità e la propria autonomia in presenza di una guerra combattuta sul suo territorio. Guerra combattuta da eserciti stranieri, eserciti di Stati ex nemici che perseguivano i loro interessi e i loro progetti ed eserciti di Stati ex alleati che anche loro perseguivano i loro interessi e progetti che una volta erano i nostri. In realtà gli Italiani e l’Italia non avevano amici, ma solo stranieri che perseguivano i loro obiettivi. L’unica opportunità che era offerta all’Italia ed agli Italiani era quella di inserirsi nel solco di interessi ora degli ex alleati ora degli ex nemici, sovrapponendosi, per poter sopravvivere ed avere un domani la speranza di continuare ad essere Nazione ed eventualmente ancora uno Stato.
”Di Liberazione”: termine che, sempre nella accezione popolare era inteso come appoggio alla azione dei ex nemici ritenuti ormai i vincitori, contro gli ex alleati e quella parte di Italiani che li sostenevano, ormai ritenuti sconfitti ed espressione di un passato non più accettato.
Se questo può essere accettato, ovvero l’Italia come Stato nella comunità internazionale, rappresenta il connotato esterno, internazionale, variegato, complesso e in qualche caso contradditorio, che deve essere messo in relazione al connotato interno dell’Italia, ovvero degli Italiani come Nazione che rappresenta il connotato interno della Nazione italiana stessa.
 Gli Italiani era di qua e di la, chi era schierato con una parte chi con l’altra, a cui si doveva aggiungere quella componente che non si voleva schierare (attendismo) componente che aspettava di vedere chi fosse il vero vincitore, per poi dargli una mano (cosa che poi realmente accadde). Questa degli Italiani schierati e non schierati è uno dei retaggi più pesanti della Guerra di Liberazione, ove gli attendisti si sentono i vincitori approfittando di ogni opportunità per avere possibilità ulteriori per perseguire i propri interesse, gli sconfitti conservano forti e sordi rancori, cercando di giustificarsi e di giustificare la loro sconfitta ed i loro errori, rimuginando tradimenti e traditori, sognando un futuro che riverberi il loro passato, i “bei tempi”. I vincitori, all’indomani della fine della guerra, quasi la mattina successiva, hanno visto gonfiarsi a dismisura le loro fila, lì dove prima vi era uno, in poche ore è diventato centinaia di migliaia, annacquando e diluendo oltre misura tutto il bene, tutto il valore, tutto il portato di una scelta e di un significato.
La sommatoria di questo portato tra attendisti, vincitori e vinti, di fronte alle nuove generazioni è fallimentare, con il corollario del rifiuto delle medesime di voler conoscere e sapere questo tratto di storia italiana.
In prima approssimazione la Guerra di Liberazione è come detto la guerra del popolo italiano nel contesto della campagna d’Italia (1943.45) tra gli Alleati Angloamericani e la loro coalizione e la Germania ed i componenti della coalizione hitleriana; lotta volta ad sopravvivere, ad affermare la propria identità, di cercare di sopravvivere nella speranza di avere in futuro uno Stato su nuove basi e nuove idee e un nuovo patto sociale tra le classi dominanti e le classi dominate; necessità questa dalla constatazione che il vecchio Stato compromesso da una guerra disastrosa (1940-1943) conclusasi con un armistizio condotto in modo tragico e aberrante tale da trasformare l’Italia in un campo di battaglia in cui si confrontavano e si combattevano,  dopo due secoli, eserciti stranieri. Volontà comune questa di costruire un nuovo Stato, da tutti coloro che fecero una scelta, che si schierarono da una parte o da un'altra: tutti volevano un nuovo Stato, diverso da quello che era sprofondato nelle sabbie della crisi armistiziale del settembre 1943.

Questa è la Guerra di Liberazione nella configurazione che noi proponiamo.

(massimo.coltrinari@libero.it)

domenica 12 aprile 2015

Elisa BoNacini: un ricordo per la Pace. sI VA AVANTI


CONTINUANO LE RICERCA IN MERITO ALLO SBARCO DI ANZIO. CONTINUANO ANCHE I LAVORI PER L'EDIZIONE DEL VOLUME DEDICATO AGLI EVENTI DEL GENNAIO-MAGGIO 1944 SULLA SCORTA DI QUANTO STABILITO DURANTE L'ULTIMO CONVEGNO IN OCCASIONE DEL 71° ANNIVERSARIO. 
LA COLLABORAZIONE TRA LE VARIE PARTI E' OTTIMA, IN UN CONTESTO DI ACCORDI E SIMPATIA CHE SOTTOLINEANO I PIU' CHE VENTENNALI RAPPORTI CON COLORO CHE VERAMENTE AMANO LA STORIA E ANCOR PIU' AMANO FARE CULTURA 

venerdì 20 marzo 2015

Il Corpo Italiano di Liberazione e Ancona. Prefazione

IL volume è acquistabile presso tutte le libreria d'Italia. Oppure presso la casa editrice Nuova Cultura.
ordini@nuovacultura.it

Questa pubblicazione è in linea perfettamente con le motivazioni che hanno informato la gestione del settore “Cultura e Pubblica Istruzione” del Comune di Agugliano, sviluppata attivando tutte le iniziative miranti a definire l’identità storico-culturale della comunità aguglianese, nel rispetto delle sue specificità.
          Da qui l’ideazione e la creazione di organizzazioni strutturali e momenti importanti di ricerca e di studio che hanno contrassegnato l’attività del settore.
          Nel novero delle operazioni strutturali, va segnalata la promozione e la creazione del Centro Studi Storici di Agugliano e Castel d’Emilio, che ha coinvolto tanti cittadini sensibili a tali problematiche, promotore di seminari, convegni, incontri tutti codificati e fissati in pubblicazioni che rappresentano un patrimonio indelebile e fondamentale per il futuro.
          Questa associazione, insieme alla benemerita attività svolta dalla Biblioteca Comunale, ha rappresentato il braccio operativo di tutta l’attività proposta, organizzata e condivisa, prodotta dall’Assessorato alla Cultura e P.I.
          Tra le tante proposte offerte ai cittadini e agli studiosi non solo locali, vorrei ricordare - in occasione del 150° anniversario dell’Unità D’Italia - un partecipato e importante convegno sul Risorgimento che ha visto la presenza prestigiosa e apprezzata di Annita Garibaldi, ultima discendente dell’ “eroe dei due mondi”.
          Il Comune di Agugliano, per la prima volta, è stato inserito anche in un tour culturale (Grand Tour Cultura Marche 2013) importante a livello regionale, che ha compreso 8 iniziative riguardanti la presentazione di pubblicazioni soprattutto di carattere storico, che hanno catalizzato l’attenzione del pubblico intervenuto agli eventi.
          E’ importante rilevare che tante manifestazioni si sono svolte anche nella sede della Società Operaia di Castel d’Emilio, luogo storico, riconosciuto e ospitale della comunità casteldemiliese, che rappresenta un unicum da sottolineare e rispettare.
Luogo dichiarato Monumento Nazionale fin dal 1916, la cui storia è stata dovutamente trattata in un recente convegno intitolato: “ Castel d’Emilio: pagine di storia”, che ha aggiornato la ricerca in tutti i campi e prodotto una interessantissima pubblicazione degli atti.
Ancona. Il Maresciallo Alexander e il Gen. Leese allo Stadio Dorico per la parata dell vittoria il 31 luglio 1944.

Con il recente lavoro sugli stemmi delle due comunità comunali più rilevanti, quella di Agugliano e l’altra di Castel d’Emilio ( lo stemma di quest’ultima si è ritrovato recentemente grazie alla ricerca prodotta dal Centro Studi Storici) si è conclusa la codificazione delle forme espressive e visivamente simboliche della comunità.
I risultati di tutte le ricerche sono stati trasmessi anche alle scuole locali, quale dinamica conclusiva che garantisce la conoscenza e la diffusione degli elementi primari d’integrazione per una tradizione riconosciuta e condivisa, specifica e caratterizzante Agugliano.
Anche i documenti relativi ai convegni svolti su tematiche locali, atti e libri, sono stati donati alle biblioteche scolastiche, quali strumenti necessari per conoscere il paese e sviluppare quella identificazione positiva e consapevole che parte dalle radici storico culturali del luogo in cui si vive.
Pertanto approfondire e completare alla luce di nuove e importanti documentazioni un altro momento storico per la comunità quale è la “Liberazione” dalla barbarie nazi-fascista del 1944 avvenuta all’alba del 18 luglio 1944 ad opera delle truppe polacche, rappresenta un tassello fondamentale per la definizione storico culturale del paese.
Come è noto il “passaggio del fronte” in Agugliano è inserito nella cosiddetta seconda battaglia di Ancona, ed ha prodotto lutti e terrore nella popolazione civile, come è perfettamente documentato dall’autore.
Momenti tragici che ancora sono ricordati e tramandati ai più giovani come monito, affinché la conoscenza dei fatti non sia mai disgiunta dalle valutazioni che servono per interpretarli e capire le cause che li hanno prodotti.
Perciò ritengo sia molto importante la serie di manifestazioni create in occasione del 70° anniversario del passaggio del fronte (1944-2014) insieme alle amministrazioni comunali di Polverigi e Camerata Picena e alle associazioni quali il Centro Studi Storici di Agugliano e Castel d’Emilio, la Mediateca Giamagli di Polverigi e l’Associazione Storica del Cassero di Camerata Picena.





Questi eventi si concretizzeranno in una serie di mostre di carattere storico organizzate nei tre centri e si concluderanno il 19 luglio in Agugliano, con un grande convegno che si terrà in Piazza V. Emanuele II, dove si percorreranno tutti i momenti del passaggio del fronte e della successiva liberazione dei tre comuni.
A questo convegno interverrà anche il Gen. Coltrinari che, essendo nativo di Castel d’Emilio, arricchirà con racconti e testimonianze raccolte nel nostro territorio il suo intervento sulla tattica militare degli schieramenti in campo 70 anni fa, di cui questa pubblicazione rappresenta la fonte aggiornata e importantissima di  riferimento.


Agugliano, 31 marzo 2014


Aroldo Berardi
Assessore Cultura e Pubblica Istruzione

Comune di Agugliano




lunedì 16 marzo 2015

Progetto Storia in Laboratorio. Istituto Carlo e Nello Rosselli. Materiali

Introduzione
(Cenni sul personale impiegato e sulla guerra di trincea)
Aprilia, 18 febbraio 2015
(Gen.D. Dott. Gianfranco Gasperini)


Il mio compito, stamane, è quello di gestire gli interventi degli amici relatori e le eventuali vostre domande di chiarimento o approfondimento che alla fine della mattinata vorrete porre.
Prima desidero chiarire quale sarà l’oggetto della mia breve introduzione: l’uomo soldato della grande guerra e la trincea; infatti questi due elementi hanno caratterizzato in modo imponente  questo terribile primo conflitto mondiale il cui inizio -da parte italiana- celebriamo quest’anno. Altri fenomeni quali gli aspetti tecnologici innovativi delle armi utilizzate, l’uso indiscriminato dei gas, l’uso intenso del nuovo mezzo aereo, l’impiego massiccio delle donne nell’industria, quella bellica in particolare, eccetera, furono anch’essi notevoli, ma non come i due che ho scelto.

1.IL PERSONALE

Durante l'intero corso della guerra il traguardo dell'armonizzazione della quantità con la qualità fu uno dei principali problemi degli Stati Maggiori di tutti i belligeranti. Il problema dei quadri ufficiali e sottufficiali fu assillante. L'esercito italiano, procedette rapidamente all’incremento della truppa (last. 3) e in seguito a provvedimenti di ogni genere, dei quali fondamentale quello dell'istituzione di corsi accelerati integrati da concorsi tra ufficiali di complemento e da promozioni di sottufficiali, entrò in campagna(last 4,5) con 45000 ufficiali, dei quali 26000 in servizio attivo, sufficienti a mobilitare tutte le unità di arma combattente con la quantità dì ufficiali previsti, tranne l'artiglieria.
La loro provenienza sociale era molto varia, quelli usciti dalle Accademie di Modena e Torino provenivano, in gran parte dalla piccola nobiltà terriera e dalla borghesia, quelli di complemento (che avrebbero arricchito i quadri inferiori durante la guerra), appartenevano alla piccola borghesia impiegatizia cittadina e rurale.
Gli ufficiali a ruolo, all’inizio del conflitto, come si è visto, erano 45.000; questi però erano diversi per origine, provenienza, cultura e pratica del servizio; in compenso, tutti erano animati da un alto spirito del dovere che essi dimostrarono con quegli atti di sublime sacrificio che caratterizzarono le nostre battaglie e che tanti vuoti provocarono tra le file di questi magnifici giovani e dei loro soldati. I dati relativi a tali ingentissime perdite appaiono dalle successive (last. 6, 7, 8).
I nuovi comandanti (last. 9) venivano tratti in gran parte dai giovani soggetti ad obblighi di leva con titolo di studio superiore e dai sottufficiali più esperti con o senza titoli speciali di studio; si dava loro una istruzione professionale sommaria in corsi accelerati di qualche mese presso l’Accademia di Modena, o in zona di guerra e dopo un breve periodo di servizio alle truppe con il grado di aspirante si nominavano ufficiali .[1] A causa delle perdite, derivanti dalla furia della guerra, la fabbrica artigianale dei quadri continuò a sfornare per tutta la durata della guerra ufficiali che giunsero in tempi brevissimi al comando delle compagnie e addirittura dei battaglioni.
Il fabbisogno di personale qualificato non riguardò solo i quadri ufficiali, ma anche i sottufficiali e la truppa e crebbe, in proporzione geometrica in relazione all'aumento delle unità e all'introduzione di nuovi mezzi e di nuove tecniche.
Ciò che esasperò il problema della qualità, più che quella di nuovi corpi o specialità di arma, fu la creazione in tutte le armi di personale specializzato nell'impiego dei nuovi mezzi tecnici e delle armi nuove. La fanteria, l'artiglieria, il genio e l'aviazione stessa, in seguito all'aumento quantitativo delle dotazioni e dei tipi di materiale da impiegare, dovettero moltiplicare gli incarichi speciali all'interno delle unità preesistenti nei riguardi sia dell'organizzazione degli organi direttivi, sia dei reparti d'impiego.[2]

Testimonianza delle capacità e del valore dimostrato dai nostri soldati sono i dati relativi ai decorati al V.M. (last. 10, 11, 12)

2.LA GUERRA IN TRINCEA (last.13)

Fu la mitragliatrice resa quasi invulnerabile dalla fortificazione potenziata dall'ostacolo, a determinare il carattere particolare della guerra e la prevalenza dell'azione difensiva su quella offensiva. Venne meno la mobilità tattica e la fanteria cercò di riacquistarla mediante l'aumento della sua potenza di fuoco e di urto, intesa non solo come aumento del numero di armi automatiche in dotazione e del loro decentramento ai minimi livelli fra i combattenti. Quella routine giornaliera, quell' abitudine alla morte come evento frequente e quindi accettato come un rischio quasi normale dell' esistenza, faceva, sì, apprezzare come beni eccelsi i piaceri più normali, una buona dormita in un letto, un pasto caldo e ben servito, un abito decente; ma, a differenza di quanto accadeva negli attacchi sanguinosi, non raggiungeva il limite dell' insopportabilità. Ed aveva anche affratellato gli uomini, i soldati di provenienza contadina, con i giovani ufficiali inferiori, figli della modesta borghesia delle città. Il pericolo non aveva acuito l’egoismo personale, aveva anzi sviluppato un cameratismo affettuoso, che impediva di cercare la salvezza propria a scapito della vita degli altri.[3]
Il luogo paradigmatico di questi fenomeni fu principalmente la trincea. Le trincee, (last.14) compatibilmente con la natura del terreno, erano state portate quanto più possibile vicino a quelle dell' avversario: talora la distanza reciproca non superava qualche decina di metri. Reti di filo spinato costituivano la prima difesa contro l’improvvisa irruzione del nemico. Agganciate a paletti infissi nel terreno, esse potevano essere distese, salvo nei giorni nebbiosi, soltanto di notte. Per aprire in essi dei varchi, dopo le cesoie di infame memoria e i tubi di gelatina esplosiva - i soli strumenti disponibili nel 1915 - venivano largamente usate le bombarde, vere artiglierie da trincea, in grado di lanciare a breve distanza e con scarsa precisione enormi bidoni di esplosivo. Quando uno di questi barili scoppiava, erano di solito stragi paurose; ma appunto per mitigare i danni le trincee non erano costruite rettilinee, ma (last. 15) ad angolo o a labirinto.[4].
Qui i nostri fanti mangiavano, bevevano, dormivano e morivano. Camminamenti trasversali, che partivano dalle terze linee, incrociavano le seconde e le prime, per arrivare alle trincee degli avamposti, infelici, che avevano il compito - a chi toccava toccava -di subire il primo assalto di sorpresa. Lungo questi camminamenti, defilati fin dove possibile al tiro nemico, ma per forza di cose scoperti in taluni punti, che diventavano dei trabocchetti obbligatori, in cui si giocava a rimpiattino con la morte, si svolgeva un intenso traffico di rifornimenti verso i reparti più avanzati. Dinnanzi al reticolato e alla trincea, verso il nemico, si stendeva la "terra di nessuno” popolatissima dai morti e dai disertori di entrambe le parti.
Di seguito e concludo, una serie di immagini dei vari tipi di trincee che danno loro un’idea della vita che vi si svolgeva.(last. 16, ecc.)

1 Relazione sulla grande guerra, Pubblicazione Nazionale in occasione del decennale della vittoria, Vallecchi, Firenze, 1929
2 USSME (Filippo Stefani), La storia della dottrina e degli ordinamenti dell’Esercito Italiano,  Roma,1984
[1] www.bibliolab.it, Laboratorio di storia, la 1^ guerra mondiale
[1] USSME, L’Esercito Italiano nella grande guerra, vol. VI, Roma, 1980








venerdì 6 marzo 2015

Masserini un grande pittore e un grande amico



riceviamo dall'amico Masserini le tre fotografie qui riportate
dedicate al rapporto tra un bar di Bergamo e la Spedizione dei Mille



Ancora una volta si apprezza la grande autonomia culturale e il tratto libero e felice della pittura di Masserine, che evoca sempre momenti di spensieratezza, onestà e capacità di stare insieme


L'amore per la Marina Militare e la sua originalità rievocano momenti esaltati passati insieme in occasione di un altro grande lavoro svolto qui a Roma

Avevamo chiesto a Masserini di predisporre bozzetti per 
 la Rivista "Il Secondo Risorgimento"
dedicati alla figura ed alla attività del Gen. Poli
 La sua disponibilità è stata istantanea ed ora che, sulla base delle nostre informazioni, 
 la rivista "Il Secondo Risorgimento" ha un altra Direzione, 
utilizzeremo il lavoro di Masserini 
come tanti altri che continuano a giunge nel solco di una collaborazione pluriennale,
per un altra Rivista che sta per vedere la luce
Quindi, Grazie ancora all'amico Masserini per la sua disponibilità, e grazie a tutti coloro che ancora collaborano con noi

giovedì 19 febbraio 2015

Aprilia 18 febbraio 2015 Un fiore peri Caduti 1944

Mm
Con una semplice cerimonia e la deposizione di una cona

Gonadi alloro e' stato ricordato il sacrificio dei soldati Caduti e rimasti senza sepoltura durante i combattimenti sulla testa di ponte di Anzio
 La Associazione "Un ricordo perla pace" ha deposto un fiore sulla stele  dedicata ai Caduti eretta nel cortile dell'Istituto Carlo e Nello Rosselli.


domenica 15 febbraio 2015

Il ricordo di Luigi Poli nella data anniversaria della sua scomparsa

Studentesse impegnate in una delle tante "Giornate della Memoria" promosse dal progetto "Storia in Laboratorio"


SONO ORMAI DUE ANNI CHE LUIGI POLI CI HA LASCIATO.
ERA NELL'ORDINE NATURALE DELLE COSE, DATA LA SUA ETA'.
NOI OGGI LO VOGLIAMO RICORDARE ANCHE COME COLUI CHE HA PERMESSO LO SVOLGERSI DI TANTE INIZIATIVE, SOPRATUTTO VERSO I GIOVANI
IL PROGETTO STORIA IN LABORATORIO  HA PERMESSO DI AVVICINARE MIGLIAIA DI GIOVANI, CHE ANCORA OGGI LO RICORDANO CON AFFETTO

LA SUA OPERA CONTINUA, SU ALTRI VERSANTI, DEPURATA DA TANTE SITUAZIONI E TURBOLENZE CHE NE HANNO FRENATO, IN MOLTE SITUAZIONI, LA REALIZZAZIONE DI OBIETTIVI PIU' AMBIZIOSI, CHE, IN QUESTI MESI, SI STANNO REALIZZANDO.

UNA MESSA IN SUFFRAGIO E' STATA DEDICATA ALLA SUA MEMORIA

IL GRUPPO 
"STUDENTI E CULTORI DELLA MATERIA"


sabato 7 febbraio 2015

Mostra sugli I.M.I. Associazione Nazionale Reduci dalla Prigionia


Un aspetto della mostra

Inaugurata lunedì 5 febbraio 1945 la mostra
Vite di I.M.I.
Percorsi di vite dal fronte di guerra dei lager tedeschi
1943 - 1945


Una mostra storico didattica dedicata agli studenti e a chi vuole sapere

E' stata una emozione visitarla. Dal 1995 che collaboro con la A.N.R.P. e questa mostra e' un sogno che si realizza,anche in prospettiva futura per la creazione di un sito museale.
Un sincero complimento di cuore ed ogni felicitazioni ad Enzo Orlanducci e a tutti i suoi collaboratori  per questo grande traguardo conseguito

Dati su www.internamento e reticolati.blogspot.com
Ogni informazione su www.anrpita.it

Massimo Coltrinari
(risorgimento23@libero.it)


martedì 27 gennaio 2015

Giornata della Memoria 27 Gennaio 2015

Gruppo Studenti e Cultori della Materia
Progetto 
Storia in Laboratorio

Un resoconto iconografico della Giornata della Memoria per come è stata vissuta alla Scuola Colomba Antonietti è su
www.internametnoereticolati.blogspot.com

Una veduta dell' Aula Magna

Un ricordo è stato messo come post in data 27 gennaio 2017
per Lidia e Attilio Pigliapoco
 Giusti tra le Nazioni
 di Polverigi (Ancona)
in
 www. ancona.lastoria.blogspot.com


altri dati ed informazioni come post in data
 27 Gennaio 2015
 sono su
www.coltrinarimassimo.blogspot.com 
Il Prof. Renato Moro, nipote dello Statista ucciso dalle Brigate Rosse,
 docente di Storia Contemporanea alla Università di Roma Tre con le Prof. sse
Maria Teresa Laudenzi e Daniela Bravi
 In primo piano il sempre presenze ed amico Pavoncello

lunedì 19 gennaio 2015

Convegno "Riflessioni sullo Sbarco di Anzio" 24 Gennaio 2015.


Traccia della sintesi dell'intervento del Gen. Luigi Marsiblio


SBARCO DI ANZIO

I PRESUPPOSTI
Negli ultimi mesi del 1943 la campagna alleata in Italia aveva subito varie battute di arresto per i seguenti motivi:
        l’asperità del terreno;
        le condizioni atmosferiche particolarmente avverse;
        la pronta e ben articolata reazione delle truppe tedesche agli attacchi alleati.
Le varie difficoltà incontrate dallo sbarco di Salerno (9 set. 1943) in poi, insieme alla tenace resistenza organizzata dai tedeschi su un complesso di “Linee fortificate” poste in ordine successivo (Bernhard – Barbara – Gustav – Hitler – Caesar), avevano ritardato l’avanzata alleata verso Roma e verso gli altri obiettivi dell’Italia Centrale.
Ma l’ostacolo più duro per la Quinta Armata Americana del Gen. CLARK (che operava sul Settore tirrenico) e per l’Ottava Armata Britannica del Gen. Montgomery prima e del Gen. Leese poi (che operava sul Settore adriatico), era rappresentato dalla linea GUSTAV; il fautore di questa fortificazione era stato il Maresciallo Kesserling ed era un minutissimo apprestamento difensivo su rilievi montuosi e lungo corsi d’acqua che si sviluppava a sud di Roma. Lungo tutta la direttrice erano disseminati “bunkers” e campi minati. Come è visibile nella cartina (slide 1), la Gustav partiva dalla foce tirrenica del Garigliano, sbarrava la valle del fiume Liri con il caposaldo di Cassino, e raggiungeva la foce del Sangro sull’adriatico. I tedeschi erano saldamente attestati su quelle solide posizioni difensive e non davano segni di cedimento.
Per uscire dal punto morto in cui stagnava la campagna alleata in Italia, il Primo Ministro inglese, Sir Winston Churchill, ritenne giunto il momento di realizzare un suo personale disegno: effettuare un poderoso e rapido sbarco anfibio a sud di Roma, per aggirare la inespugnabile linea Gustav e minacciare così alle spalle le truppe della X Armata tedesca del Gen. Von Wietinghoff che la presidiavano egregiamente.
L’operazione presupponeva la rapida conquista dei Colli Albani, il sollecito ricongiungimento delle truppe sbarcate con quelle provenienti da Cassino e la vittoriosa avanzata su Roma. I fatti però, non si svolsero come erano stati ottimisticamente previsti.

MODALITÀ OPERATIVE DELLO SBARCO.
Lo sbarco (slide 2) avvenne su un fronte lungo 32 chilometri, tra Tor San Lorenzo a nord e Torre Astura a sud. Sul luogo effettivo la storia ha giocato uno scherzo sia ad Anzio che a Nettuno. Infatti i dispacci degli anglo-americani riportano che avvenne sulla Riviera Zanardelli, che collega Anzio a Nettuno. In più all’epoca il Duce li aveva unificati nella città di Nettunia, come dimostrano le corrispondenze giornalistiche che riportano tutte del “fronte di Nettunia”. L’esecuzione dell’operazione anfibia denominata in codice “SHINGLE” rispecchiava i dettami della, per quell’epoca, nuova dottrina americana per le operazioni anfibie. L’applicazione di tale dottrina era condizionata dall’appoggio aereo e le zone di sbarco furono scelte certamente perché il terreno retrostante era considerato, almeno sulla carta, idoneo al successivo evolversi dello sbarco, ma anche perché offriva la possibilità di fornire il supporto dell’aviazione tattica e strategica. Inoltre, l’esperienza acquisita con gli sbarchi in Nord Africa ed in Sicilia portò a scegliere aree in cui fosse possibile installare subito una pista aerea per il supporto continuo e ravvicinato alle truppe, ed è questo il motivo per cui fu realizzata la striscia di volo di Nettuno. Tornando alla dottrina americana, questa prevedeva per le operazioni anfibie due parti distinte: la prima chiamata “Amphibious Force”, consisteva in un convoglio composto da unità prettamente navali e da mezzi da sbarco con truppe e mezzi a bordo, ed era diretta da un Comandante della marina; la seconda, “Landing Force”, era composta dalle forze terrestri sbarcate, che passava sotto un Comandante terrestre, solo dopo lo sbarco. Nel caso specifico, la “Amphibious Force” fu diretta dall’Ammiraglio Lowry mentre la “Landing force” dal Generale Lucas, comandante del Sesto Corpo d’Armata americano.
Le truppe, imbarcate a Napoli il 21gennaio 1944 su 243 navi, giunsero al largo di Anzio verso la mezzanotte. Alle ore 2 del 22 gennaio, i primi mezzi da sbarco erano già in acqua per dirigersi verso gli obiettivi assegnati. Per lo sbarco furono utilizzate due spiagge:
        la PETER BEACH (circa 12 Km. a nord di Anzio tra Tor Caldara e Lavinio) dove sbarcarono gli inglesi;
        la X RAY BEACH dove sbarcarono gli americani.
La  PETER BEACH fu a sua volta suddivisa in tre fasce: Red, Yellow e Green
La X RAY BEACH anch’essa suddivisa in tre fasce: Yellow (nel porto di Anzio), Red e Green.
L’operazione avvenne senza alcuna significativa resistenza da parte tedesca, realizzando in pieno l’effetto sorpresa. A tal proposito, scriveva Lucas: “abbiamo ottenuto una delle più complete sorprese della storia, non credevo ai miei occhi quando mi trovavo sul ponte e non ho visto alcuna mitragliatrice ed altro fuoco sulla spiaggia. L’unica resistenza nemica era costituita da due batterie che hanno sparato all’impazzata per alcuni minuti prima dell’alba, ma sono state fatte tacere dai cannoni navali”.
A circa 12 Km. a nord di Anzio sbarca la 1^ Divisione di fanteria britannica, tra la spiaggia ed il Fosso della Moletta; come obiettivo primario avrebbe dovuto raggiungere Aprilia, poi la Stazione di Campoleone e proseguire eventualmente verso Albano.
A sud-est di Anzio, tra Nettuno ed il Canale Mussolini, sbarca invece la 3^ Divisione di Fanteria americana; l’intendimento era di raggiungere poi Cisterna di Latina ed eventualmente Velletri. In considerazione della scarsa resistenza incontrata, nelle prime ventiquattro ore sbarcano circa 36 mila uomini con oltre 3 mila automezzi e relativo armamento.
Di questa iniziale situazione favorevole però non seppe approfittare il Generale Lucas, il quale tenne le truppe raggruppate in prossimità delle spiagge anziché spingerle verso l’interno.
In una settimana 61 mila anglo-americani sbarcati si trovarono di fronte 71mila e 500 tedeschi.

CONCLUSIONE
Lo sbarco di Anzio fu una fucina di delusioni per tutti, anche per i tedeschi. La testa di ponte divenne un campo trincerato e i tedeschi si consolarono definendolo, con sarcasmo: “il più grande campo autogestito del mondo di prigionieri di guerra”.
A salvarla furono un coraggio disperato e la superiorità aerea.
Alla fine Churchill ammise:

Avevo sperato di lanciare sulla baia di Anzio un gatto selvatico, invece mi sono ritrovato sulla riva con una balena arenata”.