Quaderni

Quaderni

Il Corpo Italiano di Liberazione ed Ancona. Il tempo delle oche verdi e del lardo rosso. 1944

Il Corpo Italiano di Liberazione ed Ancona. Il tempo delle oche verdi e del lardo rosso. 1944
Società Editrice Nuova Cultura, Roma 2014, 350 pagine euro 25. Per ordini: ordini@nuovacultora.it. Per informazioni:cervinocause@libero.it oppure cliccare sulla foto

Cerca nel blog

lunedì 2 ottobre 2017

lunedì 18 settembre 2017

domenica 18 giugno 2017

Albania. La quarta fase delle ricerche

La Guerra di Liberazione fuori dai confini nazionali

Il Quadro generale 
della Resistenza dei Militari Italiani all’estero.
 L’Albania. 

Itinerario di Ricerca

Il fascismo e il nazismo hanno segnato la storia dell’Europa nella prima metà del Novecento; se, in modo succedaneo, si accettano elementi che ancora sopravvivono di queste esperienze in Europea o in Italia, o addirittura si abbracciano queste ideologie, si deve negare in modo chiaro che non si può parlare né di Resistenza, in Europa, né di Guerra di Liberazione, in Italia. Lo spartiacque di questa impostazione è quello al di qual del quale non si accettano né fascismo né nazismo; al di là li si accettano, pur nella esperienza di oltre 60 anni  di vita repubblicana ed unitaria in Europa. Se si è al di qua di detto spartiacque allora si può parlare di Resistenza, intesa come la lotta dei popoli europei, in generale, ed italiano, in particolare,  contro i predetti e fascismo e nazismo. In Italia, secondo il nostro approccio, emerge nella sua reale dimensione la crisi seguita alla  dichiarazione dell’armistizio dell’8 settembre, in cui arrivò alla sua naturale soluzione la crisi del nostro Paese dovuta al fallimento morale e materiale del fascismo culminata il 25 luglio 1943 con la destituzione di Mussolini e la cancellazione con tre decreti leggi del fascismo come regime.[1] Questo è l’ulteriore spartiacque che occorre segnare per comprendere, a noi Italiani, perché il fascismo ha fallito. Occorre riprendere alla mano tutte le fonti, alzare il velo della ideologia e del vittimismo e giustificazionismo e capire, con documenti alla mano, perché si arrivò a quel grande disastro materiale che fu la seconda guerra mondiale (1940-1943) ove collezionammo una serie di sconfitte e umiliazioni, oltre al discredito ed al disprezzo di nemici e alleati, a cominciare dal principale alleato del fascismo, la Germania nazista. I Nazisti disprezzarono, in generale, l’alleato fascista, in particolare, e diedero nuova linfa al disprezzo risorgimentale ed antiunitario verso gli Italiani nutrito dalle popolazioni germaniche. Comprendere perché non conquistammo la loro fiducia, stima e considerazione, almeno in campo militare. Si può vincere e si può perdere, ma forse è più importante il come si vince e il come si perde. Noi su questo punto fummo sempre deficitari. L’unico che ebbe una qualche ammirazione per noi, per il Duce,in particolare, fu Hitler, che lo manifestò fino alla fine. Ma i vertici nazisti, basta leggere i Diari di Himmler e di Goebbels per averne un riscontro diretto. Himmler aveva donato alla Milizia 36 carri Tigre, con istruttori tedeschi, e la Divisione di Camicie Nere stanziata a Chiusi doveva essere un serio baluardo contro i nemici del fascismo. Il 25 luglio non si mosse, come non si mossero i Moschettieri del Duce, la guardia scelta che avrebbe dovuto essere l’ultimo baluardo, fino all’estremo sacrificio della vita, ad ogni minaccia. Tutti fini in un fallimento prima morale e poi materiale. Quando nel 1922 il Fascismo andò al potere, l’Italia era una nazione agricolo-pastorale, divisa tra Nord e Sud, povera e sottosviluppata, ma che si era convinta che aver vinto la Grande Guerra e la conquista di Trento e Trieste di aver risolto tutti i suoi problemi, molti secolari altri recenti. Il Fascismo andò al potere trainato da un gruppo di uomini decisi, impreparati ideologicamente, lontani da filosofie, digiuni di ogni preparazione di alto livello. Si mise all’opera per fare dell’Italia una Potenza, e nelle apparenze, agli inizi degli anni trenta presentò ad una Europa più sorpresa che attonita, una Italia diversa. Un Italia che l’Europa conosceva come disordinata, portata per abitudine al compromesso ed all’inganno, alla frode spicciola e al raggiro di bassa lega, con un tessuto sociale friabile, messa la camicia nera era diventata in pochi anni ordinata, precisa  degna di proporre all’Europa stessa qualcosa di diverso, di rivoluzionario, sotto la guida del “Duce”. Mussolini creò quello che poi sono stati definiti gli anni del consenso. Con ordini perentori dall’alto “metteva in riga” il popolo italiano. Presentava la  Grande Guerra come una vittoria Italiana  ove marginalmente francesi, belgi, britannici, americani presero parte, era il protagonista della Storia, e con il concordato l’”uomo della provvidenza”. Di fronte a lui tutti si inchinarono: scrittori, giornalisti, uomini di cultura, preti di alto e basso clero, insegnati e professori, il popolo tutto. L’opposizione si ridusse a pochissimi uomini che dovettero andare in esilio, ed anche lì perseguitati dall’OVRA, e da poche centinaia di migliaia di “mormoratori”. Al tempo dell’Impero, a metà degli anni trenta, l’adesione, il “consenso” fu massiccio. Con la vittoria in Abissina, contro un avversario finto, il popolo italiano, credeva di poter piegare il mondo. Il 9 maggio 1936, giorno in cui fu proclamato l’Impero,  fu il trionfo del fascismo, ma anche l’inizio del suo declino. Avviatisi sulla strada delle conquiste, il popolo italiano doveva diventare un popoli di soldati, invece si sentiva ed era un popolo di operai e di contadini. Chi doveva sostenere questa azione, questa trasformazione era il Partito Nazionale Fascista, il P.N.F. Il suo compito era quello di tenere legati i milioni di italiani che dovevano essere trasformati in soldati, in conquistatori. Il P.N.F. arruolò, in questo immane compito, tutti, dai neonati agli ultra ottantenni, e mise tutti in divisa, in camicia nera, in un orgia di militarismo ossessivo e ossessionante che non vide ne prima ne poi alcun paragone in Italia.

 Per gestire le masse, non puntò, e questo forse il campo di ricerca più interessante, ai Quadri, a coloro che dovevano gestire e orientare queste masse di popolo in camicia nera, a coloro che, attraverso la selezione meritocratica dovevano diventare la dirigenza del Partito, a cui affidare il raggiungimento degli obbiettivi primari. Puntò invece all’esterno dell’uomo, alla apparenza, trascurando i cervelli, favorendo i mediocri, i più controllabili, i più guidabili, creando baronie a tutti i livelli, con una proliferazione di gerarchi, gerarchetti, gerarchicini servili, forti con i deboli e deboli con i forti, una sconfinata schiera di “yes man”, che non riuscirono a far altro che impantanare la Nazione in una ossessiva burocrazia di ordini, fogli d’ordini, disposizioni, ordinanze, precetti, circolari, ordini del giorno ecc. Achille Storace, segretario del PNF dal 1930 al 1940 fu protagonista e l’animatore di tutto questo. Il Partito fallì nell’impresa di forgiare il nuovo italiano. Le piaghe di sempre non scomparvero, la mafia e la camorra operavano in silenzio, la corruzione correva come sempre ha corso, le tangenti la facevano da padrone, gli scandali si susseguivano agli scandali, anche se era vietato parlarne, in un orgia di retorica inconcludente e vuota e stantia, con una “intellighenzia” che si prostituiva in modo tanto vergognoso quanto criminale.
Con la Guerra di Spagna, il popolo Italiano capì che ci si era incamminati su cose più grande di Lui. L’Alleanza con la Germania sempre più stretta, inorgogliva ma impauriva, vedendo i tedeschi sempre come tedeschi. Con le leggi razziali il cammino divenne arduo e gli interrogativi aumentarono, Monaco fu un sollievo, ma di breve durata. Ma dove il fallimento del PNF fu più marcato fu la preparazione alla guerra. Un partito che predicava il combattimento come suprema sfida e stile di vita, non curò la preparazione militare della Nazione e la ragione era semplice: perché non era capace. Quel coacervo di etnie che è il nostro Paese, lì dove si fabbricano 400 tipi di pasta, che è il piatto nazionale,  aveva abitanti che non possedevano la stoffa del Protagonista, del dominatore della scena mondiale, deboli di carattere, carenti di volontà, con forte inclinazione all’individualismo inconcludente e prativo, all’indisciplina, alla incapacità di rimanere saldi nei momenti di crisi e di difficoltà. Il PNF si presentò alla prova della Guerra Europea, lì dove si dovevano decidere i destini del futuro, vuoto e morto. Un Partito che era tutto apparenza, in gigante dai piedi d’argilla, ma che non era in grado di affrontare le grandi prove. I famosi reggimenti d’acciaio, la Gioventù Italiana del Littorio forgiata dal maglio della rivoluzione fascista, non esisteva; le piazze erano piene, ma di scheletri, di pupazzi in divisa, corpi senza cuore. Quando il popolo italiano seppe che l’Italia non entrava in guerra nel settembre 1939, tirò un sospiro di sollievo e ringraziò la buona stella. Quando il 10 giugno 1940 seppe che la guerra era iniziata, si raccomandò al buon stellone d’Italia e sperò che Mussolini avesse visto giusto. Ma ben presto si vide che una Nazione che doveva essere rigenerata dalla rivoluzione fascista, non lo era. Già la campagna delle Alpi occidentali mostrò tutti i limiti e le manchevolezze e da qui partì quella serie di sconfitte, incapacità di operare, di essere sconfitti con dignità, di non riuscire a condurre una operazione vittoriosa, che segno 39 mesi di guerra. Giunsero ben presto le sconfitte in Africa settentrionale, in A.O.I e la disastrosa Campagna di Grecia, che chiarì in modo inequivocabile che l’Italia non era quella che appariva. Non facciamo altro che ricordare delle sconfitte: El Alamain, Nikolajevka, tutto ammantando di frasi retoriche: “mancò la fortuna, non il valore” si scrisse nel momento migliore delle nostre fortune in Africa settentrionale. Questo va bene per loro, per i Bersaglieri. Per l’Italia, occorre aggiungere che oltre alla fortuna mancarono tante altre cose, prima la benzina, poi i mezzi, poi l’equipaggiamento adeguato, e, in genere,  tutta la logistica necessaria a condurre una guerra mondiale, poi l’azione di comando, poi la strategia operativa, poi la strategia. Il Fascismo portò l’Italia, mese dopo mese, dal 1940 al 1943 alla distruzione e le conseguenze di questo disastro si ripercuoteranno per generazioni.
Il Fascismo cadde e nei 45 giorni seguenti in cui il nostro vertice Politico doveva gestire la nostra uscita dalla guerra contribuì con errori, alcuni davvero madornali, in sequenza , uno dopo l’altro fino alla suprema follia della gestione dell’armistizio  e la conseguente gestione della crisi armistiziale. Il popolo italiano di fronte a tanto disastro, quando lo stesso concetto di Unità Nazionale fu messa in discussione, si trovò costretto a scegliere. E la genesi  dei fronti della Guerra di Liberazione. I  fronti, che nel nostro approccio  individuati sono i seguenti:
- Quello dell'Italia libera, ove gli Alleati tengono il fronte e permettono al Governo del Re d'Italia di esercitare le sue prerogative, seppure con limitazioni anche naturali per esigenze belliche. Il Governo del Re è il Governo legittimo d'Italia che gli Alleati, compresa l'URSS., riconoscono.
- Quello dell'Italia occupata dai tedeschi. Qui il fronte è clandestino e la lotta politica è condotta dal C.L.N., composti questi dai risorti partiti antifascisti. E' il grande movimento partigiano dei nord Italia.
- Quello della resistenza dei militari italiani all'estero. E' un fronte questo non conosciuto, dimenticato, caduto presto nell'oblio. E' la lotta dei nostri soldati che si sono inseriti nelle formazioni partigiane locali per condurre la lotta ai tedeschi (Jugoslavia, Grecia, Albania).
- Quello della Resistenza degli Internati Militari Italiani, che opposero un deciso rifiuto di aderire alla R.S.I., di fatto delegittimandola.
- Quello della Prigionia Militare Italiana della seconda guerra mondiale.
Se vediamo il singolo militare, il singolo cittadino atto alle armi vediamo che alla guerra parteciparono per varie vie, spesso seguendo scelte le più disparate: chi come rifiuto di consegnarsi ai tedeschi; chi, catturato, finì nei campi di concentramento in Germania e in Polonia; chi entrò nelle file partigiane e prese le armi; chi rientrò in Italia del Sud e nella stragrande maggioranza entrò nelle file dell'Esercito dei Re; chi visse, senza cedere, sui monti in Italia e all'Estero per  non consegnarsi ai tedeschi e non collaborare, chi nei campi di Prigionia degli ex-Nemici, ora alleati, accettò di collaborare in nome del contributo che l'Italia doveva dare per un domani migliore.
L'approccio adottato permette di poter sviluppare le ricerche in queste cinque direzioni al fine di vedere quanti e quali italiani portarono, come dice Luciano Bolis il loro "granello di sabbia", oltre a quella che vide coinvolti quelli che rimasero fedeli alla vecchia Alleanza che ha permesso di riportare alla luce tanti episodi ormai avvolti nel buio, ma deve essere ulteriormente integrato. Vediamo più da vicino questi fronti.

Il Primo Fronte: L'Italia del Sud. Qui ricomincia a funzionare il vecchio stato, ma accanto si sivluppa la dialettica dei partiti. Partecipano alla guerra prima il I Raggruppamento Motorizzato, poi il C.I.L., poi i Gruppi di Combattimento. Sono, in nuce, i soldati del futuro esercito italiano, che operano secondo le regole classiche della guerra. E' indubbio che combatto contro i tedeschi, anche se il rapporto con gli Alleati è sempre di sudditanza. Con la liberazione di Roma e l'avanzata nell'Italia centrale  la lotta al nazifascismo non è disgiunta da una appassionata discussione sul futuro politico dell'Italia e sulle prospettive di vero rinnovamento democratico. Le forze partigiane e dei partiti antifascisti coesistono, oltre che con l'organizzazione militare del Regno, anche con la Chiesa Cattolica, fattori entrambi che condizionano in senso moderato l'attivita antifascista.

Il Secondo Fronte: L'Italia del Nord. Al momento dell'Armitizio, l'Italia fu tagliata in due. Al nord i tedeschi impongono la Repubblica Sociale. Qui si ha la forma più compiuta di resistenza. Si hanno le formazioni partigiane organizzate dai partiti antifascisti in montagna, mentre nelle pianura e nelle città si organizzano i GAPe le SAP. Oltre a ciò la popolazione civile partecipa alla guerra collaborando con il movimento aprtigiano in mille forme, e subendo terribili e inumane rappresaglie; inoltre gli operai con i loro scioperi e la loro resistenza passiva contribuiscono a rallentare lo sforzo bellico dell'occupamnte e a minare anche la propria sicurezza. Si ha il coinvolgimento di ampi strati della popolazione nella guerra al nazifasismo, che si integra con il particolare prfilo dlele bande in montagna, che non sono solo gruppi di combattenti ma anche luoghi di dibattito e di formazione politica.

 

Il Terzo Fronte: L'Internamento.Nei mesi di settembre ed ottobre l'Esercito tedesco fa prigionieri ed interna in Germania oltre 600.000 militari italiani, dando origine al fenomeno dell'Internamento Militare Italiano nella seconda guerra mondiale. Questi militari non hanno lo statu di prigionieri, ma di internati, ovvero nella scala del mondo concentrazionario tedesco, sono sullo stesso livello dei prigioneri sovietici ( La URSS non aveva firmato la convenzione di Ginevra del 1929) e poco al di sorpra deli ebrei. Ovvero il loro trattamento era durissimo. In queste circostanze per uscire da sueto inferomo ci si sarebbe aspettato una adesione plebiscitaria alle proposte di collaborazione sia dei Nazisti sia degli espopenti della R.S.I. Invece la quasi totalità degli Internati oppose il rifiuto ad una qualsiasi forma di collaborazione, subendone le più terribili conseguenze. Fu un fronte di resistenza passivo, ma determinato, che nella realtà dei fatti deligittimo sul piano interno ma anche agli occhi dei germanici la Repubblica Sociale. Infatti una desione in massa degli Internati ai fascisti di Salò avrebbe permesso alla R.S.I. di avvalorare le tesi della propaganda, che era l'unica rappresentate della vera Italia. In realtà questa non adesione, in sistema con la lotta partigiana, isolò Mussolini relegandolo a semplice rappresentate di se stesso e dei suoi accoliti.


          Il Quarto Fronte: La Resistenza dei Militari Italiani all'Estero

Se nel nord italia si sviluppò il movimento partigianoattraverso bande armate, all'estero, i militari italiani sopresi dall'armistizio dlel'8 sottembre e sottrattisi alla cattura tedesca si opposero ai tedeschi in armi, inizialmente, poi dando vita, in armonia con i movimenti di resistenza locali a vere e proprie formazioni armate. Per la resistenza di formazioni organiche sono noti i fatti di Lero e di Cefalonia. Meno noti tanti altri fatti in cui unità militari italiane organiche resistettero ai tedeschi fino al limite della capacità operativa. Un esmepio per tutte: La Divisione "Peruigia", stanziata nel sud dell'Albania  tenne in armi il porto di Santi Quaranta fino al 3 ottobre 1943, in attesa di un aiuto da parte italiana ed alleata. Una divisione di oltre 10.000 uomini, che dominava un area  abbatanza vasta e che avrebbe potuto dare un forte aiuto ad un intervento alleato dall'altra parte dell'Adriatico. 10.000 militari italiani che rimasero compatti per tre settimane oltr el'armistizio, in armi e che pagaraono duramente questa loro resistenza. Infatti tutti gli Ufficiali della Perugia furono fucilati, e gli uomini iternati in Polonia.
Per le unità che passarono in montagnae si unirono ai movimenti partigiani locali, noti sono gli avvenimento della divisione "Venezia" e "Taurinenze", che diedero vita alla Divisione Partigiana Garibaldi; meno note le vicende della divisione "Firenze" ed "Arezzo" in Albania e delle diviosioni italiane stanziate in Grecia. Militari Italiani diedero vita alla divisione "Italia" in Jugoslavia. Oltre che nei Balcani, militari italiani parteciparono ai fronti di resistenza locali. Così in Corsica, ove oltre 700 militari caddero per la liberazione di Aiaccio, cosi nella Provenza, in centro Europa la presenza di militari italiani è certa.

Il Quinto Fronte: La Prigionia. Vi erano, al momento dell’Armistizio, circa 600.000 prigionieri nelle mani delle Nazioni Unite. Soldati per lo più caduti nelle mani del nemico a seguito dell’offensiva in Nord Africa (1940-’41) alla resa in Tunisia ed al tracollo del luglio agosto 1943 in Sicilia. Per lo più, tranne i 10-12.000 soldati in mano all’URSS, erano in mano anglo-americana. Questi soldati, questi italiani all’annuncio dell’Armistizio dovettero, come tutti, fare delle scelte. La stragrande maggioranza scelse di cooperare con gli ex-nemici, contribuendo anche loro a costruire un futuro migliore. Una aliquota molto bassa non volle cooperare, non solo perché fedeli alla vecchia alleanza, ma per variegate motivazioni. Ad esempio a Hereford (USA) vie erano circa 4.000 italiani che gli americani consideravano "sout court" fascisti. In realtà, fra questi non cooperatori vi erano sì fascisti, ed anche prigionieri delle Forze della R.S.I., ma anche monarchici, liberali, moderati, repubblicani, socialisti, comunisti o laici in senso stretto che avevano fatto una scelta personale.I prigionieri in mano agli Angloamericani furono organizzati in ISU, Italiana Service Units, compagnie di 150 uomini addetti ad un aprticolare lavoro. Il loro contributo si esplicò negli Stati Uniti e in Gran Bretagna con l'impegno nei grandi arsenali o nelle basi, oppure in Nord Africa e quindi in Italia, parte integrante della organizzazione logistica alleata. Anche loro, con il loro lavoro, portarono il contributo alla vittoria finale. Soprattutto i prigionieri che operarono in Italia nel campo delle comunicazioni, dei trasporti e del genio, confluirono poi nelle unità del nuovo esercito italiano, gestendo il materiale di guerra americano
Ovvero, anche il prigioniero che, in un contesto particolare, combatte.
A tutti i fronti si accede perchè volontari. Si hanno diverse figure giuridiche, che già descriviamo, come il partigiano, il patriota, il prigioniero, l'internato, l'ostaggio, il deportato, tutte figure che si delineano a seconda del fronte con cui si combatte. Un fronte che rimane unitario, nella volontà ferma di sconfiggere il nazifascismo. E in nome di questa unità, ricordiamo in questa data unitaria chi, pur nella diversità di grado ma non di natura, diede il suo contributo, il suo granello di sabbia, su fronti diversi, affinchè si realizzasse una Italia migliore.
Questo il quadro generale di ricerca che si propone, in una visione storico-scientifica unitaria, al fine di consegnare alle nuove generazioni un approfondimento, oltre che una conoscenza, di fatti che generarono gli anni della vicenda repubblicana la cui matrice non si può non conoscere se si vogliono affrontare i problemi che abbiamo di fronte.

La crisi armistiziale rappresenta un momento fondamentale della storia dello Stato Unitario Italiano. Si è parlato di “morte della patria”, con i significati più svariati. Più che di “morte della patria”, perché altrimenti non sapremo come definire che cosa è successo ed è avvenuto in questi ultimi sessanta anni nella Penisola italiana, che non può essere considerata come semplice espressione geografica. Più che “morte della patria” il 25 luglio e la crisi armistiziali, quella calda estate del 19143, è la morte della “patria fascista”, e tutto quello che significava. Gli stessi uomini che andarono a dare vita alla repubblica Sociale Italiana, erano consci che il passato non poteva nemmeno essere revocato. Oltre a voler dare vita a qualcosa di nuovo, con la frase e la volontà “del ritorno alle origini” ed alla persecuzione e punizione dei “traditori”, tutta la loro azione era volta a creare e vivere cose nuove.
Dall’altra parte della barricata continuò a vivere una certa idea dello Stato, che cercò di superare la parentesi fascista, nel suo conservatorismo di primo novecento, su cui si innestarono, volenti o nolenti, forze prima emarginate e ora in gradi di rifiorire in virtù della crisi in essere. Dalla combinazione di questo miscuglio tra vecchio e nuovo, uno alla ricerca del passato, l’altra alla ricerca di un futuro migliore, , nel crogiolo della guerra di Liberazione nasce e si rinvigorisce un Secondo Risorgimento d’Italia. Un secondo Risorgimento d’Italia in cui ogni Italiano è chiamato a fare la sua scelta. In questa prospettiva, che da uno sguardo unitario alla Guerra di Liberazione, occorre mettere in evidenza il rapporto tra Resistenza e Forze Armate, un approccio che è trasversale a quello che noi abbiamo adottato e che merita un approfondimento, soprattutto per comprendere il “dopo” della Guerra di Liberazione“.
In tutti i fronti sono presenti i Militari, ovvero coloro che, o in servizio permanente effettivo o di complemento, avevano spesse esperienze di guerra e di combattimento. Ma nella Guerra di Liberazione vi è la partecipazione, proprio perché si è tutti volontari, di non militari, di “civili” di “borghesi” di “popolo”, che, organizzati dai rinascenti partiti politici, combatterono contro l’occupante in nome di una Italia migliore. Questa loro partecipazione viene comunemente intesa come “Resistenza”  o come “movimento partigiano. Esiste quindi un rapporto tra queste due componenti che meritano un ulteriore approfondimento. Lo proponiamo riportando un intervento di Giorgio Rochat in merito, dal coerenti titolo “Forze armate e Resistenza”[2]

“Dovendo riassumere l’atteggiamento della guerra partigiana verso le Forze Armate, il termine migliore è la diffidenza. Le ragioni sono ovvie: l’appoggio dato dai militari al regime fascista, le sconfitte, il crollo dell’8 Settembre. Gioca anche una rivalità latente: le bande partigiane si considerano generalmente come l’esercito della nuova Italia, che deve sostituire quello sconfitto e compromesso col fascismo. Però non c’è soltanto diffidenza da parte della Resistenza, l’antifascismo liberal-democratico condanna la guerra fascista, non le Forze armate, che preferisce ricordare come strumento dello Stato liberale nella prima guerra mondiale; e l’atteggiamento più drastico della base socialista e comunista viene corretto dalle mediazioni di Togliatti. Ci sono poi formazioni “autonome” che rivendicano esplicitamente la continuità con la monarchia e l’esercito: non pochi ufficiali scelgono di fare il partigiano come continuazione del loro servizio in condizioni nuove. Né bisogna dimenticare che tutte le bande hanno un disperato bisogno di tecnici esperti, quindi arruolano volentieri ufficiali, a rischio di qualche delusione, perché se non pochi ufficiali effettivi rivelano doti di eccezionali capibanda, altri non riescono ad inserirsi in un ambiente così diverso, in cui gradi vanno guadagnati sul campo. Dopo il 1945 il mondo partigiano si spacca, una parte accetta la guerra fredda, l’anticomunismo e la Nato, la maggioranza contesta duramente la politica della Nato e la riorganizzazione dell’esercito volta a fronteggiare rivolte popolari ed improbabili rivoluzioni. Poi negli anni settanta anche l’Anpi socialcomunista, nella scia della revisione della politica delle sinistre, ricupera una posizione di disponibilità e poi interesse verso le Forze armate, rivalutandone il ruolo nazionale e la partecipazione alla lotta contro il nazifascismo.
Da parte delle Forze armate si trova una diffidenza ancora più marcata verso la Resistenza, che ha diverse componenti. Una ragione di fondo è l’incapacità comune a tutte le forze armate regolari di comprendere e apprezzare una guerra partigiana, così diversa per valori e metodi, quindi minimizzata nei risultati e rifiutata come esperienza anche quando è finito il suo ruolo potenzialmente alternativo[3]. Si aggiungeva la reazione di insofferenza dei militari verso l’esaltazione dei partigiani che uscivano vittoriosi dal conflitto, mentre le Forze armate erano state battute e contestate. La guerra fredda e poi l’inserimento della Nato, che offrivano alle Forze armate una nuova legittimazione e obiettivi riconosciuti, sancirono il rifiuto della guerra partigiana, identificata (e spesso criminalizzata) come sostanzialmente comunista, quasi un’anticipazione dell’insurrezione filosovietica prevista dalla Nato. Si noti che la guerra partigiana viene rifiutata in blocco, l’unica attenzione rivolta ala sa componente anticomunista riguarda l’arruolamento di non pochi reduci delle formazioni monarchiche e democristiane nelle strutture di Gladio e simili[4].
Bisogna ricordare un passaggio fondamentale. Al momento della riorganizzazione delle Forze armate la selezione degli ufficiali da mantenere in servizio fu condotta secondo logiche interne, ma non politiche. Ossia non vennero considerati discriminanti le scelte del 1943-1945, che avevano portato non pochi ufficiali a rifiutare le stellette e il giuramento di fedeltà per continuare la guerra nazifascista. La gran parte degli ufficiali che avevano militato nella Repubblica sociale[5] vennero riammessi in servizio; furono congedati soltanto i gradi più alti e quelli che si erano macchiati di crimini particolarmente gravi[6]. La rinuncia ad una selezione politica era di fatto obbligata in un contesto nazionale in cui la condanna del regime fascista non si accompagnava a un riesame delle responsabilità istituzionali e personali, tanto che l’epurazione si risolse in una farsa. Per le Forze armate, che tenevano in alto conto il concetto di onore e il giuramento di fedeltà, la rinuncia era più grave e non poteva non comportare la rimozione di un biennio irrisolto. È significativa la decisione di insabbiare tutti i procedimenti aperti dai tribunali militari contro i crimini di guerra commessi dalle truppe tedesche in Italia, presa dalla procura generale militare, in flagrante violazione della legge (con il consenso del governo), per liquidare le polemiche del dopoguerra[7].
Rimozione del passato è un termine troppo forte. Come le altre grandi istituzioni (dalla scuola alla magistratura, su un altro piano anche gli industriali e la chiesa cattolica), le Forze armate potevano con qualche disinvoltura dimenticare le compromissioni con il regime fascista e le guerre coloniali; non potevano però rinnegare la guerra combattuta dal 1940 al 1943 con tanti morti e sacrifici[8]. Ne abbiamo una riprova nella produzione degli Uffici storici militari, che non affronta il tema dei rapporti tra Forze armate e regime, ha dimenticato a lungo le guerre coloniali e l’intervento in Spagna e invece annovera una buona serie di monografie sulle campagne 1940-1943, tranne le occupazioni balcaniche[9]. È assai indicativa la lunga rimozione della cacciata degli ufficiali ebrei dopo il 1938, una profonda lesione della tradizionale parità riconosciuta a tutte le confessioni religiose dalle Forze armate, imposta dalla dittatura e certamente sofferta, ma pure dimenticata per la riluttanza ad entrare nel campo dei rapporti tra militari e fascismo[10].
Torniamo ai difficili rapporti tra Forze armate e Resistenza per rilevare che essi ebbero come conseguenza indiretta uno scarso interesse verso quella che oggi viene definita la Resistenza militare, ossia i diversi contributi delle Forze armate alla guerra contro tedeschi e fascisti: i combattimenti successivi all’8 Settembre, le formazioni passate a combattere insieme ai partigiani jugoslavi ed albanesi, l’ostinato rifiuto che la forte maggioranza dei prigionieri fatti dai tedeschi all’8 Settembre oppose alle pressione per un’adesione alla Rsi, la parte dei militari nella guerra partigiana. Contributi molto diversi, che si possono riassumere in una cifra: 90.000 militari caduti tra l’8 Settembre 1943 e il 1945 sui 225.000 italiani morti per causa bellica[11]. Anche in questo caso non si può parlare di una rimozione totale, ma di un’attenzione scarsa e discontinua da parte del Paese e delle stesse Forze armate. I combattimenti successivi all’8 Settembre sono spesso ricordati, ma per avere una ricostruzione complessiva documentata abbiamo dovuto aspettare l’eccellente volume del 1990 dello storico tedesco Gerhard Schreiber[12]. Ai caduti nell’isola di Cefalonia è stato eretto un bel monumento, ma il primo libro serio sulle loro vicende è uscito nel 1993[13]. I militari che nel Settembre 1943 passarono con la guerriglia jugoslava ed albanese, affrontando perdite e privazioni durissime, furono accolti con aperta diffidenza al loro rimpatrio nel 1944 perché avevano collaborato con i partigiani comunisti; i loro reparti vennero sciolti e dimenticati. La rimozione più difficile da capire riguarda la resistenza dei circa 650.000 militari catturati dai tedeschi dopo l’8 Settembre. Sottoposti a fortissime pressioni perché continuassero la guerra di Hitler e Mussolini, in forte maggioranza rifiutarono di cedere con una straordinaria prova di fedeltà, pagata con 40.000 morti di fame e lavoro forzato. Tuttavia vennero praticamente dimenticati dalle Forze armate, che non hanno avuto parte diretta nel ritorno di interesse per le loro vicende nell’ultimo quindicennio[14]. Maggiore fortuna hanno avuto le unità regolari inquadrate nelle armate alleate per la campagna d’Italia: i gruppi di combattimento furono trasformati nelle prime divisioni del nuovo esercito, le loro vicende sono abbastanza note e studiate, anche se manca tuttora un’opera complessiva sulle Forze armate regolari nel 1943-1945.
A partire dagli anni settanta la ricerca storico-militare ha conosciuto un forte sviluppo negli ambienti civili e nelle università. Anche l’apporto dei militari è venuto crescendo, pur con limiti strutturali che vale la pena ricordare. Il più importante è che, con la seconda guerra mondiale, la storia militare ha perso il posto fondamentale che aveva nella cultura professionale e anche morale delle Forze armate: un tempo gli ufficiali si formavano studiando le grandi campagne da Federico di Prussia a Moltke, oggi si occupano di sociologia, studi strategici e altre novità di origine americana ma solo marginalmente di storia. Un cambiamento che ha cause difficili da contestare, che però ha portato gli Stati Maggiori a sottovalutare il ruolo che la storia continua ad avere sia nella cultura degli ufficiali (la tradizione è un elemento forte di identità e coesione, ma deve essere coltivata), sia nell’immagine interna ed esterna delle Forze armate. Di conseguenza gli Uffici storici delle Forze armate continuano ad avere scarse attenzioni e pochi mezzi (un confronto con quanto avviene in Francia o in Germania è umiliante); hanno aperto i loro archivi[15] e potenziato la loro produzione, ma non hanno le risorse per porsi come polo di organizzazione della ricerca storico-militare nazionale, né per sviluppare organicamente la collaborazione con gli studiosi civili. L’esempio più chiaro viene dalla strozzatura editoriale: vincolati da regolamenti superati, gli Uffici storici pubblicano opere quasi sempre pregevoli, spesso di grande importanza, ma non riescono ad organizzarne la diffusione e la vendita all’esterno.
Ci dilunghiamo su questi particolari perché valgono a spiegare le difficoltà che incontra il rilancio divenuto ineludibile degli studi sui rapporti tra Forze armate e Resistenza, che superino la tradizione apolitica ed elusiva finora dominante. Da questo punto di vista l’unica novità dei sei convegni su L’Italia in guerra, organizzati annualmente dal 1990 dalla Commissione italiana di storia militare[16], è il rovesciamento del rifiuto tradizionale degli ambienti militari a parlare delle unità della Rsi, qui trattate sullo stesso piano delle Forze armate nazionali e con più attenzione della Resistenza militare e partigiana[17]. A mezzo secolo di distanza dal conflitto mondiale, ci si poteva aspettare da incontri così ufficiali qualcosa di più come organizzazione complessiva del discorso sul conflitto, analisi della sconfitta italiana, ricerca di nuove fonti, soprattutto un revisionismo autentico, capace di rimettere in questione giudizi, chiusure e pregiudizi che risalgono alla guerra fredda.
Il più organico tentativo di rilancio storiografico della Resistenza militare (un termine che si è imposto in questi anni) nasce da un’ impresa individuale. Nel gennaio 1989 il generale Ilio Muraca (che aveva combattuto in Jugoslavia nel 1943-1944 come giovane tenente dei bersaglieri) ottenne dal ministro della Difesa Zanone la costituzione di una Commissione per lo studio della Resistenza militare all’estero, dotata di mezzi finanziari adeguati e di una piena autonomia anche rispetto agli Uffici storici[18]. La prima preoccupazione di Muraca[19] fu di promuovere una vasta raccolta di documentazione con la fotocopiatura a tappeto degli archivi italiani e stranieri, un’iniziativa più che meritoria e tuttavia condotta con dimensioni e criteri non mai precisati, sembra di capire ripartendo da zero, prescindendo dagli enti specializzati e dalle raccolte documentarie già disponibili[20]. Questa massa di documenti presumibilmente sterminata fu messa a disposizione degli autori cui veniva affidata la stesura autonoma dei singoli volumi. Ne diamo l’elenco, precisando che sono tutti pubblicati in Roma presso le Edizioni Rivista militare: Mimmo Franzinelli, I cappellani militari italiani nella Resistenza all’estero, 1993; Luciano Nisticò, I medici militari italiani nella Resistenza all’estero, 1944; Luciano Viazzi, La Resistenza dei militari italiani all’estero. Montenegro, Sangiaccato, Bocche di Cattaro, 1994; Pasquale Juso, La Resistenza dei militari italiani all’estero. Isole dell’Egeo, 1994; Luciano Viazzi e Leo Taddia, La Resistenza dei militari italiani all’estero. La divisione Garibaldi in Montenegro, Sangiaccato, Bosnia-Erzegovina; Selene Barba, La Resistenza dei militari italiani all’estero. Francia e Corsica, 1995; Giovanni Giraudi, La Resistenza dei militari italiani all’estero. Grecia continentale e Isole dello Ionio; Agostino Bistarelli, La Resistenza dei militari italiani all’estero. Jugoslavia centro-settentrionale, 1996; Massimo Coltrinari, La Resistenza dei militari italiani all’estero. Albania, 1999.
In sostanza due volumi dedicati a medici e cappellani, uno per la Corsica e la Francia, sei per le regioni balcaniche dove la Resistenza militare coinvolse il maggior numero di truppe con esiti complessi e diversi. Manca la Resistenza dei militari prigionieri in Germania per la defezione tardiva dello studioso che doveva occuparsene; una lacuna grave nel quadro dell’opera, ma in certo senso sopportabile perché, come abbiamo già detto, queste vicende sono ormai relativamente note e studiate. La caratteristica più evidente di questi nove volumi è la mancanza di omogeneità tra gli autori (su cui non sono fornite notizie), i criteri di impostazione e la scientificità del lavoro, il livello dei risultati[21]. I due volumi su medici e cappellani sono troppo dispersivi, si fermano alla cronaca anedottica[22]. Il volume di Giraudi (che non cita mai le fonti utilizzate, peraltro assai lacunose, e manca dell’indice dei nomi) non esce dall’agiografia tradizionale. Anche Viazzi non cita mai le fonti; la sua ricostruzione è ampia ed ordinata, ma poco attenta al contesto
balcanico. I volumi di tre giovani studiosi, Barba, Bistarelli e Iuso, sono invece del tutto soddisfacenti per impianto, fonti, chiarezza.
Il volume migliore (anche se tropo lungo per l’inserimento di molti documenti e testimonianze, peraltro di grande interesse) è il volume del colonnello Coltrinari, frutto di un decennio di ricerche sulla documentazione archivistica raccolta dalla Commissione e molto ampliata nei contatti personali con i protagonisti e le famiglie, grazie anche agli studi precedenti dell’autore sulla guerra e la prigionia. Le vicende dei militari italiani in Albania dall’8 Settembre alla fine del conflitto (e per alcuni anche dopo) sono forse le meno note di tutta la Resistenza militare, anche per la successiva chiusura dei rapporti con il regime comunista albanese; Coltrinari le ricostruisce con pazienza nei loro molteplici aspetti e nei difficili rapporti con collaborazionisti e partigiani, con una comprensione delle diverse situazioni che non esclude giudizi precisi ed equilibrati[23].
A Coltrinari si deve anche la definizione del quadro generale che ispira l’opera del generale Muraca: la Resistenza come lotta dei popoli europei contro il nazifascismo e come reazione morale al fallimento del regime fascista e al collasso dell’8 Settembre, articolata su quattro fronti: l’Italia liberata dagli Alleati con il concorso delle Forze armate, la Resistenza partigiana nell’Italia occupata, la Resistenza militare all’estero dopo l’8 Settembre, la Resistenza nei campi di prigionia tedeschi. Un quadro che ci sembra accettabile perché rivendica il fondo comune di queste vicende senza trascurarne le peculiarità.
Il risultato dell’opera promossa dal generale Muraca è certamente positivo (malgrado le lacune accennate) come capacità di revisione e ricupero della Resistenza militare all’estero, che viene raccontata e documentata nelle sue complesse vicende, rivendicata senza eccessivi trionfalismi e con un sufficiente inquadramento. L’opera ha però un grave limite di fondo, la rinuncia ad assicurarle una diffusione anche ridotta: i volumi sono pesanti (in tutti i sensi), costosi (l’acquisto della serie completa richiede oltre 500.000 lire) e non facilmente reperibili. Ben poco è stato fatto per assicurare loro un minimo di pubblicità, né una larga distribuzione in omaggio ad enti e studiosi interessati, né una serie di presentazioni, dibattiti e recensioni, comunque non facili[24]. La dura conseguenza è che quest’opera non servirà molto a una migliore conoscenza della Resistenza militare all’estero perché non potrà raggiungere che ambienti limitati[25]. Un volume di ricerca storica originale non può certo avere il successo di pubblico degli articoli che Mario Pirani ha dedicato ai fatti di Cefalonia su “La Repubblica” nello scorso inverno; ma una grande istituzione come quella militare può trovare strumenti di divulgazione adeguati, se lo ritiene necessario. Ritorniamo al problema di fondo: la difficoltà per le Forze armate di stabilire un rapporto migliore con la storia contemporanea, anche quando ne avvertono l’importanza in termini di identità e prestigio.
Una riprova viene dal recente volume I militari nella guerra partigiana in Italia 1943-1945, curato per l’Ufficio storico dell’esercito da Alfonso Bartolini, dirigente dell’Anpi, e dal colonnello Alfredo Terrone[26]. Il progetto del volume risale a Filippo Frassati[27], che intendeva partire dalla ricognizione sistematica delle carte delle commissioni per il riconoscimento dei brevetti di partigiano nel 1945, oggi disponibili, per documentare la partecipazione dei militari alla guerra partigiana. Un progetto di grosso impegno, la schedatura informatica delle domande presentate in Piemonte (quasi 50.000 per i soli partigiani combattenti), ha richiesto agli Istituti piemontesi per la storia della Resistenza anni di lavoro, che hanno portato nel 1995 alla costituzione di una banca dati su Partigianato piemontese e società civile[28]. La scomparsa di Frassati e l’enorme lavoro necessario per estendere la ricerca a tutto il territorio nazionale[29] hanno portato ad un ridimensionamento del progetto affidato a Bartolini e Terrone, che ha assunto una dimensione per così dire artigianale. La ricerca sulla partecipazione di militari alla lotta armata nel territorio nazionale è stata infatti condotta a partire dagli studi esistenti (peraltro non elencati), con una sommaria ricostruzione della Resistenza provincia per provincia, in cui viene evidenziata la presenza di militari di ogni arma, grado e condizione. Gli autori hanno cura di sottolineare che le loro ricerche non hanno pretese di completezza, vogliono soltanto ricordare quanto numerosi fossero i militari tra i partigiani. Il volume è corredato dall’elenco dei militari decorati per la parte avuta nella Resistenza di medaglia d’oro (oltre 300), d’argento (oltre 700, elenco incompleto come i seguenti), di bronzo (poco meno di 700), di croce di guerra (poco meno di 500). E da un indice dei nomi citati, oltre 5.000 se abbiamo contato bene.
Il volume richiede alcune considerazioni. In primo luogo la presenza di militari nella guerra partigiana è straordinariamente più ampia di quella riportata, basti conoscere la storia di una sola valle per poter indicarne decine e decine di altri. Se gli autori avessero consultato gli Istituti territoriali per la storia della Resistenza e le loro ricerche sulla composizione delle bande e sui caduti, avrebbero potuto decuplicare le citazioni senza fatica. Tuttavia i 5.000 nomi raccolti sono già sufficienti perché nella sua premessa al volume Alberto Santoni scriva che “i risultati comunque raggiunti appaiono a dir poco sconvolgenti”; il numero dei militari che parteciparono alla lotta armata “supera ogni immaginazione, tanto che viene spontaneo chiedersi per quale motivo (se ne esiste uno ragionevole) il Ministero della Difesa abbia trascurato fino ad oggi di valorizzare tali dati”[30].
La realtà è ben diversa. Il servizio militare era obbligatorio: se si escludono i riformati per ragioni fisiche, gli anziani, i giovanissimi e gli ebrei espulsi dalle Forze armate nel 1938, tutti gli altri italiani maschi sono classificabili come militari, sia che all’8 Settembre fossero alle armi, in licenza, in congedo o in prigionia. Quindi i militari presenti nella Resistenza non sono i 5.000 elencati nel volume, ma la grande maggioranza dei partigiani, diciamo 150.000 su 200.000 partigiani – attenzione, sono cifre orientative che diamo soltanto come ordine di grandezza, non avendo elementi per una stima di qualche precisione. Ciò naturalmente se si tiene conto dello status giuridico dei singoli, non del loro effettivo servizio; ma è il criterio seguito nel volume in esame, che tiene conto del grado, ma non distingue tra militari in servizio ed in congedo, tra ufficiali effettivi e di complemento. E quindi annovera tra i militari piemontesi decorati di medaglia d’oro il generale Perotti e il tenente effettivo Serafino, ma anche l’aviere Dante Di Nanni, gappista comunista, e il sergente Tancredi Galimberti, leader del Partito d’azione, che con l’esercito avevano poco a che fare.
Cercare di quantificare con qualche precisione la parte delle Forze armate nella guerra partigiana (e nei suoi caduti) non è possibile. Non si può tenere conto soltanto degli ufficiali e sottufficiali in servizio permanente, perché sarebbe riduttivo; né tentare di identificare quanti accettarono la guerra partigiana in quanto militari, come continuazione del loro servizio nelle Forze armate, perché ci vorrebbero indagini caso per caso (a prescindere dal fatto che la scelta ha spesso più motivazioni). Classificare come militari tutti e soltanto i milioni di uomini che erano alle armi all’8 Settembre è un criterio troppo vago e generico, le loro vicende sono troppo diverse e disperse. Un elemento molto interessante per ricordare la complessità della situazione è la forte presenza di alpini nelle formazioni partigiane (e dei loro miti e valori, compreso il cappello alpino così diffuso), che è dovuto in primo luogo al fatto che la guerra partigiana si sviluppò in buona parte nelle regioni alpine, ma si spiega anche con il reclutamento territoriale ed il radicamento locale che avevano sia alpini che partigiani.
In sostanza, una partecipazione diretta e indiretta delle Forze armate alla guerra partigiana è incontestabile (uomini, valori, esperienze), ma non può essere quantificata né analizzata. Si può parlare di un rapporto triangolare tra Forze armate, guerra partigiana ed il Paese, la società italiana: la guerra partigiana appartiene anche alle Forze armate perché le due realtà sono in modi diversi espressione dello stesso Paese, pur avendo anche legami (e conflittualità) diretti. Il volume di Bartolini e Terrone serve a ricordare questi legami, non a dimostrarli (non ce n’è bisogno) né a quantificarli (non è possibile). È positivo che l’ufficio storico si sia posto il problema, seppure in termini così inadeguati che devono far riflettere; in ogni caso non sono soltanto i militari ad essere in ritardo, visto che Bartolini è un autorevole dirigente dell’Anpi. Il problema di fondo per le forze armate rimane quello già accennato: la necessità di un recupero della loro storia, non in chiave di isolamento, ma nel quadro della storia nazionale, cui appartengono la Resistenza partigiana e la Resistenza militare. Giorgio Rochat.”


Il lavoro che qui presentiamo, che è un segmento di un lavoro già iniziato nel 1989 come già detto nella Nota introduttiva, vuole conoscere ancora di più nei particolari uno dei tanti episodi, che si risolse in uno dei tanti disastri, uno dei tanti, a cui andarono incontro unità delle nostre Forze Armate. Le vicende della Divisione “Perugia” merita una  attenzione in più nel quadro degli avvenimenti post- armistiziali in terra albanese, oltre che per i motivi che abbiamo descritto, anche per uno, che forse è il più importante:  fu la Divisione Italiana in territorio non nazionale, in contatto con il Comando Supremo a Brindisi, che rimase in armi fino al 3 ottobre 1943, ovvero circa quattro settimane dopo l’annuncio dell’armistizio dell’8 settembre 1943; essa era in grado, se opportunamente sostenuta o dall’Italia da parte del nostro Comando Supremo, oppure dagli Alleati, di garantire una testa di ponte oltre Adriatico, che sicuramente avrebbe aperto interessanti prospettive non solo tattiche ma anche strategiche, prima fra tutte quella di attirare maggiori forze tedesche che sarebbero state sottratte da altri fronti. Ma  queste possibilità strategiche non furono colte perché erano  oltre la volontà di noi Italiani, sconfitti ed arresesi. Dipendeva tutto da Americani e Britannici. Ma al loro interno prevalse la linea strategica statunitense, che oscurò quella britannica con la conseguenza che non furono prese iniziative di nessun ordine fuori dal territorio italiano in favore degli italiani nei Balcani. Non prendere iniziative offensive strategiche poteva essere compreso, ma rimaneva la possibilità di mettere in essere una operazione di recupero dei nostri soldati, con navi ed uomini italiani ed appoggio aereo alleato. I mezzi vi erano, come i reduci testimoniano. Rimaneva  quindi il dovere morale di non abbandonare a loro stessi questi uomini che in armi non erano scappati, dimostra che l’assunto che all’annuncio dell’armistizio le Forze Armate si “liquefarono”, in quel “tutti a casa” di cinematografica memoria, che sarebbe ora di rimuovere dalla nostra storia recente.

Oltre a questo dato importante, il nostro contributo è volto a fare un parallelo con le vicende svoltesi a Cefalonia e Corfù nello stesso torno di tempo, e si può dire che  la “Perugia”, vi influirono in modo indiretto ove gli avvenimenti tattici sono strettamente legati con quelli che si svolsero sulle due isole.[31]
Presentiamo nel prosieguo una ricostruzione concisa delle vicende dalla divisione “perugia” dall’8 settembre al 3 ottobre 1943, indi le attività di ricostruzione documentaria svolta da coloro che, reduci e sopravvissuti a quelle vicende, vollero conoscere l’evolversi degli eventi che coinvolsero coloro che non sono tornati. Questo ultimo aspetto lo abbiamo articolato in segmenti temporali, pubblicando documenti e carteggio che, da una parte ricostruiscono ed integrano quanto già presentato ed elaborato, dall’altra sono a dimostrare la volontà di ricerca e di documentazione svolta in questi sessant’anni.
Alcune osservazioni sui punti più controversi della vicenda della “Perugia” integrano quanto sopra. Il quadro che si presenta non è esaustivo, anche per ragione di spazio e sicuramente sarà necessario ipotizzare in questa collana un ulteriore volume da dedicare alla “Perugia”, in cui inserire il materiale disponibile, primo fra tutti la “Relazione Coraglia” e il “Documento Dore”, di interesse estremo.[32]



[1]Il 26 luglio 1943 il Maresciallo Badoglio comunica che la M.V.S.N. “fa parte integrante delle Forze Armate della nazione e con esse collabora, come sempre, in piena comunità di opere e di intenti per la difesa della Patria”. A comandarla è nominato il generale Quirino Armellini, il quale il 31 luglio dispone, tra l’altro, l’abolizione del ruolo della G.I.L. (Gioventù Italiana del Littorio) e le dimissioni d’autorità degli ufficiali della Milizia cui il grado è stato conferito per sole benemerenze politiche: Il 30 luglio i Ministeri militari dispongono il richiamo alle armi dei segretari federali, dei vice-federali, dei fiduciari di fabbrica e degli squadristi dipendenti delle organizzazioni del P.N.F.
Il P.N.F. è tutta la sua incastellatura vengono smantellati con tre R.D.L. del il 2 agosto 1943. e pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale n. 180 del 5 agosto 1943. Il 605 scioglie la Camera dei Fasci e delle Corporazioni, il 706 sopprime il Gran Consiglio del fascismo, il 704 è quello che riguarda più propriamente, con l’elencazione minuta della destinazione degli averi, dei compiti e dei dipendenti di ogni ente o organizzazione del Partito. Sono soppressi anche il calendario fascista, l’aggettivo “fascista” applicato a enti, istituti e azione e la dizione “Duce del fascismo” Capo del Governo” contenuta nelle leggi nei regi decreti ed in altri provvedimenti. Resta in piedi solo L’Opera Nazionale Dopolavoro. Cfr.Rcciotti L., Il partito Nazionale Fascista. Come era organizzato e come funzionava il partito che mise l’Italia in camicia nera, Milano, Rizzoli 1985.
[2]Rochat G., Forze Armate e Resistenza, in  Italia contemporanea”, settembre-dicembre 2000, n. 220-221., pag. 523-531.
[3]Non è un problema soltanto italiano, si veda la difficoltà dei comandi angloamericani di riconoscere i risultati dei loro stessi servizi speciali incaricati della promozione della guerriglia oppure la liquidazione della Resistenza francese come forza militare; un esercito regolare può esaltare la guerra partigiana soltanto quando nasce da essa, come nel caso jugoslavo, ma tende ugualmente a organizzarsi secondo le regole generali dell’istituzione militare, non secondo le esperienze irripetibili della guerriglia.
[4]Le generalizzazioni sono pericolose, non tutti gli ufficiali in servizio avevano rifiutato la Resistenza. Per esempio, Ferruccio Parri mantenne stretti legami con molti ufficiali che avevano fatto il partigiano, da cui ricavava informazioni sugli indirizzi e gli umori delle Forze armate, nonché un concreto aiuto per le sue denunce delle mene del generale De Lorenzo e di altri aspiranti “golpisti”.
[5]Non esiste una stima attendibile degli ufficiali che aderirono alla Rsi perché mancano archivi e ricerche che permettano di distinguere tra ufficiali effettivi, di complemento e in congedo, nonché calcolare quanti continuarono realmente la guerra nazifascista, quanti si limitarono a un’adesione passiva e quanti furono considerati aderenti a loro insaputa, come gli ufficiali in congedo che continuarono le loro attività civili senza accettare né rifiutare esplicitamente la Rsi.
[6]Secondo notizie attendibili, ma bisognose di conferma, l’esercito riammise la gran parte degli ufficiali della Rsi, ma poi bloccò le loro carriere prima della promozione a generale. L’aeronautica non li discriminò affatto, al punto da avere in seguito un capo di Stato Maggiore che aveva aderito alla Rsi. La marina li congedò tutti senza clamore, probabilmente perché avevano rotto la coesione tradizionale del suo piccolo corpo ufficiali; e perché non poteva perdonare la fucilazione degli ammiragli Mascherpa e Campioni. Una verifica è possibile soltanto per i casi più noti, non per la grande maggioranza, a causa dell’indisponibilità dei fascicoli personali e del fatto che i congedamenti avvenivano di regola nella forma di dimissioni. Nel dopoguerra lasciarono il servizio anche i pochi ufficiali diventati comunisti o considerati tali, ma quelli che erano stati partigiani non furono discriminati, come dimostra l’ascesa ai vertici dei generali Andrea Viglione ed Enzo Marchesi.
[7]Questi procedimenti, aperti su sollecitazione e con il concorso delle autorità angloamericane, alla fine del 1945 vennero riuniti per un coordinamento a Roma presso la Procura generale militare (che aveva compiti di vigilanza sulla giustizia militare, senza poter interferire nei processi). Tutti quelli che avevano una certa consistenza, circa 700, non vennero restituiti alle procure militari che li avevano aperti e nel 1960 vennero definitivamente insabbiati con una “archiviazione provvisoria” che era una flagrante violazione di legge, commessa proprio dal vertice (di nomina governativa) della giustizia militare. Gli incartamenti sono stati “riscoperti” nel 1994 e rinviati alle procure competenti per processi ormai simbolici. I fatti hanno trovato eco sulla stampa, rinviamo alla rivista “Storia e memoria” dell’Istituto ligure per la Storia della Resistenza, 1998 [recte 1999], n. 2, che riporta la relazione in materia del consiglio della magistratura militare del 23 marzo 1999 con un inquadramento di Raimondo Ricci. Inoltre si veda Franco Giustolisi, Gli scheletri dell’armadio, “Micromega”, 2000, n.1
[8]Tanto più che dinnanzi a questa guerra imbarazzante la nuova classe politica ne delegava di fatto il ricordo e la celebrazione alle Forze armate. La memoria collettiva di questa guerra è comunque discontinua, forte per le operazioni in Africa settentrionale, in Russia e sui mari, molto debole per gli altri teatri. Cfr. Giorgio Rochat, La guerra di Grecia, in Mario Isenghi (a cura di), I luoghi della memoria, vol. II, Roma-Bari, Laterza, 1997.
[9]Un bilancio troppo sommario, ma in questa sede non abbiamo lo spazio per articolarlo. Va almeno ricordato che il lungo silenzio sulla guerra di Spagna era dovuto ad un veto politico, caduto (se siamo bene informati) alla metà degli anni ottanta, dopo di che sono apparse documentate monografie in materia dei tre uffici storici. Sulle guerre coloniali sono usciti nell’ultimo decennio contributi interessanti, ma ancora episodici. La perdurante mancanza di studi organici sulle occupazioni balcaniche ha certamente attenuanti nella complessità delle vicende e nel ritardo generale degli studi italiani in materia, ma soprattutto dipende dalla durezza delle repressione antipartigiana condotta dalle truppe italiane.
[10]Abbiamo già segnalato il volume che pone fine a questa lunga rimozione: Alberto Rovighi, I militari di origine ebraica nel primo secolo di vita dello Stato Italiano, Roma, Ussme, 1999.
[11]Cfr. Giorgio Rochat, Una ricerca impossibile. Le perdite italiane nella seconda guerra mondiale, “Italia contemporanea”, 1995, n. 201 (ristampato in G. Rochat, Ufficiali e soldati. L’esercito italiano dalla prima alla seconda guerra mondiale, Udine, Gaspari, 2000). Questo totale comprende i militari caduti nei combattimenti dell’8 Settembre (20.000), nella prigionia tedesca (55.000), nelle guerre balcaniche (10.000) e nelle unità regolari della campagna d’Italia (3.000). Non comprende i militari caduti nella guerra partigiana (non calcolabili come diremo appresso), quelli morti come prigionieri degli Alleati (da 5 a 10.000), i morti senza divisa, non separabili dai civili, nelle deportazioni politiche e razziali, nelle rappresaglie nazifasciste e sotto i bombardamenti alleati; non comprende infine i caduti della Rsi che avevano rifiutato le stellette. Le cifre sono approssimative e in parte discutibili.
[12]Rinviamo alla tempestiva traduzione curata dall’Ufficio storico dell’esercito: Gerhard Schreiber, I militari italiani internati nei campi di concentramento del Terzo Reich 1943-1945, Roma, Ussme, 1992 (la prima parte del volume è dedicata ai combattimenti successivi all’armistizio; ivi la cifra di 13.400 militari prigionieri dei tedeschi morti in mare nel trasferimento dalle isole greche alla terraferma, da aggiungere ai circa 40.000 morti nella prigionia in Germania). Il volume di Mario Torsiello, Le operazioni delle unità italiane nel settembre-ottobre 1943, Roma, Ussme, 1975, aveva fornito una ricostruzione incompleta e insoddisfacente, anche perché condotta sulle fonti italiane mai lacunose.
[13]Ci sia perdonata l’immodestia, si tratta del volume da noi curato con Marcello Venturi, La divisione Acqui a Cefalonia. Settembre 1943, Milano, Mursia, 1993. Vale la pena di ricordare che nel 1956, quando la giustizia militare tentò di mettere sotto processo gli ufficiali tedeschi responsabili del massacro di 6.500 soldati italiani a Cefalonia, incontrò il veto del ministro degli Esteri Martino: il processo avrebbe disturbato la difficile ricostruzione dell’esercito tedesco necessario alla Nato. Cfr. F. Giustolisi, Gli scheletri nell’armadio, cit., che riporta due lettere del ministro Gaetano Martino del 19 ottobre 1956 e 23 gennaio 1957, che ebbero la piena approvazione del ministro della Difesa Paolo Emilio Taviani.
[14]Il convegno organizzato dall’Anei di Firenze nel 1985 ha segnato l’inizio di una forte ripresa della memorialistica e degli studi sulla prigionia in Germania, anche grazie ad una buona serie di convegni. L’opera maggiore è quella già citata di G. Schreiber, I militari italiani internati, contornata però da una bella e varia produzione.
[15]Gli archivi dei tre Uffici storici sono aperti senza limitazioni fino al 1945, ma in condizioni non sempre felici per orari, locali, inventari, personale specializzato.
[16]Si veda L’Italia in guerra. Il primo anno 1940, a cura di Romain Rainero e Antonello Biagini, Roma, Commissione italiana di storia militare, 1991, atti del convegno del 1990 della Commissione italiana di storia militare. Nonché i convegni dedicati ai successivi anni del conflitto e i relativi atti con buon numero di relazioni di livello quanto mai vario, senza un quadro complessivo che vada oltre una tradizionale difesa dell’operato delle Forze armate e un agnosticismo politico datato che esclude revisioni in profondità.
[17]Ben vengano gli studi sulla Rsi, a patto che non eludano la sua dimensione politica, dalla continuazione della guerra nazifascista al rifiuto delle stellette. In realtà gli studi più seri sulle truppe e milizie Rsi sono venuti da studiosi antifascisti, da L’esercito di Salò di Giampaolo Pansa (Milano, Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia, 1968, con ristampe presso Mondadori) e La repubblica di Mussolini di Giorgio Bocca (Roma-Bari, Laterza, 1977) fino ai recenti La repubblica delle camicie nere di Luigi Ganapini (Milano, Garzanti, 1999) e Le brigate nere di Dianella Gagliani (Torino, Bollati Boringheri, 1999).
[18]La Commissione, presieduta da Muraca, era composta da undici rappresentanti delle associazioni partigiane e reducistiche e dai capi dei tre Uffici storici. Di fatto, Muraca poté operare in assoluta indipendenza, senza dipendere dagli Uffici storici né ricorrere a studiosi qualificati; purtroppo non ha mai fornito notizie sull’organizzazione e l’attività della Commissione né sui suoi collaboratori. La pubblicazione dei volumi fu affidata alla “Rivista militare” e non all’Ufficio storico delle esercito, certamente per sostenere l’autonomia di Muraca (confermata dai ministri succeduti a Zanone).
[19]Le critiche che muoviamo all’opera nulla tolgono alla riconoscenza che dobbiamo al generale Muraca per questa sua battaglia personale e meritoria, condotta con indomabile energia e un’ardente passione per la rivendicazione delle scelte e delle traversie di soldati ed ufficiali che non vollero arrendersi, ma seppero continuare a combattere dalla parte giusta in condizioni durissime.
[20]Ricordo il giovane soldato che passò diversi giorni a fotocopiare interi fondi dell’archivio dell’Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione, senza che gli addetti potessero guidarlo in una ricerca di cui non conosceva il senso, ma solo i termini quantitativi. Manca un elenco dei criteri seguiti in questa raccolta di materiali, degli archivi visionati e dei fondi fotocopiati, che pure sarebbe indispensabile per valutare l’ampiezza e la qualità della documentazione raccolta. Le fotocopie riunite sono state in un secondo tempo passare all’Ufficio storico dell’esercito, non sappiamo in quali condizioni di inventariazione e consultabilità.
[21]La mancanza di un’efficiente redazione centrale si avverte nella varietà dei caratteri tipografici (in un paio di volumi, le note sono di faticosa lettura), nella diversa completezza delle bibliografie e degli indici dei nomi citati, nella discontinuità degli apparati cartografici, spesso insufficienti. Ogni volume va per conto suo. Belle le fotografie, che però sono spesso casuali e senza indicazioni sulle circostanze in cui furono scattate. Eccessiva la lunghezza della maggior parte dei volumi, stesi senza problemi di costo: l’opera conta quasi 6.000 pagine complessive.
[22]Per i cappellani, è più utile ed interessante (pur nella forzata brevità delle notizie specifiche) il volume generale di Mimmo Franzinelli, Il riarmo dello spirito. I cappellani militari nella seconda guerra mondiale, Paese (Treviso), Pagus, 1991 (purtroppo introvabile per la chiusura della piccola casa editrice).
[23]Coltrinari è l’unico autore della collana che illustra in modo articolato le sue fonti, non partendo da una descrizione degli archivi, ma fornendo l’elenco (e la collocazione) dei documenti utilizzati e poi della memorialistica e della documentazione privata raccolta.
[24]Nel 1999 sono state tenute alcune presentazioni dell’opera presso le Scuole militari. Quella di Torino, cui ho assistito, si è risolta in una conferenza rivolta ad un largo pubblico comandato, affatto ignorante in materia. Non pochi dei giovani ufficiali che assistevano avevano un reale interesse per queste vicende, ma per la loro impreparazione di base non erano in grado di approfittare davvero della conferenza, che pure cercava di essere “didattica”. I volumi presentati erano esposti al pubblico, ma con così scarse illusioni sulla possibilità di vendita che non era previsto un forte sconto per l’acquisto immediato. Malgrado ogni buona volontà, l’incontro si è risolto in un’occasione perduta.
[25]Dopo di che non ci resta che sperare che le copie invendute dell’opera siano distribuite gratuitamente alle grandi biblioteche e agli enti di ricerca specialistica, come gli Istituti per la storia della Resistenza. Finora l’opera non è stata inviata neppure agli studiosi specializzati. Ringrazio la “Rivista militare”, che me ne ha fatto cortese omaggio quando ho chiesto di acquistarla.
[26]A. Bartolini, A. Terrone (a cura di), I militari nella guerra partigiana in Italia 1943-1945, Roma, Ussme, 1998. Bartolini è il direttore del quindicinale dell’Anpi “Patria Indipendente” nonché autore del volume Storia della Resistenza italiana all’estero, Padova, 1965. Terrone ha prestato servizio per 22 anni presso l’Ufficio storico dell’esercito, congedandosi come colonnello.
[27]Filippo Frassati, nato nel 1920, era stato ufficiale di complemento nei Balcani, comandante partigiano in val d’Ossola, ufficiale effettivo nel dopoguerra, poi dirigente e storico anticomunista, infine professore di Storia militare presso l’università di Pisa fino alla morte nel 1991.
[28]Questa è la maggior ricerca sul partigianato. Ne esistono altre di ambito provinciale, come quelle sui caduti negli anni di guerra nel Cuneese e nel Friuli.
[29]Le carte delle commissioni di riconoscimento inoltre non rispondono che parzialmente alle esigenze dell’Ufficio storico, perché riguardano i partigiani che nel 1945 chiesero il riconoscimento (quindi mancano i caduti) e registrano la condizione e il grado militare soltanto quando viene dichiarato dall’interessato. Offrono comunque una gran mole di dati sulla partecipazione dei militari alla guerra partigiana, come risulta dalla citata banca dati piemontese.
[30]Santoni firma la premessa al volume come successore di Frassati sulla cattedra di Storia militare di Pisa, ma non dimostra di conoscere le fonti, né gli studi sul 1943-1945, né gli Istituti per la storia della Resistenza e si limita a ricordare “le varie pubblicazioni rievocative sulla Resistenza, che sovente hanno solo finalità politiche e agiografiche”. Anche il colonnello Riccardo Treppiccione, capo dell’Ufficio storico dell’esercito, nella presentazione del volume giudica “sorprendente” la documentazione della massiccia presenza di militari nella lotta armata.
[31]Questa relazione si basa principalmente sul volume “La resistenza dei militari Italiani all’Estero- Albania”, edito nel quadro della attività di Co.Re.Mit.E. Questa Commissione si era data  il compito, nel 1989,  di far conoscere le vicende della resistenza dei soldati Italiani all’estero, a quell’epoca praticamente scivolate nell’oblio generale. Lo sforzo di far conoscere queste vicende continua ancora, nel quadro degli approfondimenti delle vicende post-armsitiziali e della Guerra di Liberazione in generale.
[32]Il testo trascritto della relazione si trova su www.internamentoereticolati.blogspot.com con post inserito nella ultima decade di giugno 2017 e ripreso da www.valoremilitare cesvam.blogspot.com ( post nella terza settima di giugno” come “liason” tra le attività promosse dal Comune di Pistoia ed il Centro Studi sul Valore  Militare dell’Istituto del Nastro Azzurro fra Combattenti decorati al Valor Militare. Il 2 febbraio 2017 all’Istituto Gramsci di Roma ha avuto luogo un Convegno sulla presenza dei militari italiani in Albania 1943-1945, organizzato in collaborazione con l’Ambasciata d’Albania presso la repubblica Italiana, con la partecipazione anche di studiosi albanesi, i cui contributi si integrano con le attività svolte a Pistoia. Il prossimo febbraio 2018 si terrà un ulteriore convegno che tratterà le Operazioni del 1944 fino alla liberazione di Tirana. Questo convegno sarà preceduto, a novembre, da un incontro a Pistoia, organizzato dalla locale Federazione Provinciale del Nastro Azzurro, che si occuperà dei risvolti politico-economici e soprattutto dei rapporti con i Partiti Comunisti italiano, Jugoslavo, Sovietico e Albanese  in rapporto della presenza dei soldati italiani sia combattenti che non. Notizie in merito: centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org