Il Corpo Italiano di Liberazione ed Ancona. Il tempo delle oche verdi e del lardo rosso. 1944

Il Corpo Italiano di Liberazione ed Ancona. Il tempo delle oche verdi e del lardo rosso. 1944
Società Editrice Nuova Cultura, Roma 2014, 350 pagine euro 25. Per ordini: ordini@nuovacultora.it. Per informazioni:cervinocause@libero.it oppure cliccare sulla foto

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venerdì 23 settembre 2016

Primo Risorgimento.

  L’ultima portatrice carnica: Lina Della Pietra


Lina Della Pietra, ultima portatrice carnica, era nata il 9 maggio 1905,a Zovello ( Zuviel ) - 921 m.s.l.m. 186 abitanti -, frazione del  Comune di Ravascletto. in friulano anche Monai,  della Provincia di Udine, composto  delle frazioni di Zovello e Salars , nella Valcada, una delle sette Valli della Carnia, note già nel 1200 dai cramars “, venditori ambulanti girovaghi che cercavano fortuna, muniti dalla sola “ crassigne “, mobiletto in legno con cassetti , carico di spezie, stoffe, erbe, calzature e prodotti artigianali della zona.  
La zona della Carnia, dove si trovavano appostati 31 battaglioni, era talmente vitale da essere posta alle dirette dipendenze del Comando Supremo. Il valore di tale zona consisteva nel fatto che, realizzando uno sfondamento a Passo Monte Croce Carnico, l’esercito austriaco avrebbe potuto avere zona libera nelle Valli del But e Chiarsò, considerate le parti principali per invadere l’Italia. I 10.000 -12.000 uomini che presidiavano la Carnia dovevano essere vettovagliati ogni giorno, forniti di munizioni, medicinali. Quando il Comando Logistico e quello del Genio furono costretti a chiedere aiuto alla popolazione, ma tutti gli uomini erano alle armi , rimanevano a casa solo donne e bambini; le donne del Comune di Paluzza furono le prime a presentarsi “ Anin “ dicevano “ senò chei biadaz ai murin ancje di fan “ ( andiamo, altrimenti quei poveretti muoiono anche di fame ). Le portatrici avevano una età compresa  tra i 15 e 60 anni, munite di libretto personale, dove veniva segnato presenza,viaggi compiuti, materiale trasportato con le gerle e unità militare per la quale lavoravano. Ogni viaggio veniva compensato con lire 1,50 ( circa 3,50 € ) corrisposto ogni mese. Vettovagliamento, munizioni, materiale vario venivano caricati ogni giorno all’alba nei magazzini militari nelle gerle ( zèi – pronuncia gei in carnico , cesta di vimini intrecciati a forma di tronco di cono rovesciato, aperto in alto, con due spallacci, per essere portati sulle spalle. Nelle loro case venivano usate per trasportare fieno, legna, formaggio, vino,ecc.)  Partivano a gruppi di 15-20 senza guide, imponendosi una tabella di marcia, dopo percorso il fondo valle, con la gerla carica ( poteva pesare sino a 40 kg. ) “ attaccavano “ la montagna dirigendosi a   raggiungere  il fronte, a raggiera; Pal Piccolo, Pal Grande, Freinkofer. ( Alla fine di marzo durante violentissimi combattimenti con furibondi scontri all’arma bianca, che portarono alla perdita ed alla riconquista del Pal Piccolo, l’olocausto di sangue, largo e generoso  dei battaglioni Tolmezzzo e Val Tagliamento, per il superbo valore dimostrato già all’inizio della guerra, valse a far conferire alla bandiera dell’8° Reggimento Alpini la medaglia d’argento al valor militare ). Dalle 2 alle 5 ore di salita, superando dislivelli dai 600 ai 1.200 metri. Scaricato il materiale,sostavano pochi minuti,  ( qualche volta al ritorno, portavano a valle, in barella,i militari feriti o i caduti in combattimento ) poi la lunga discesa per ritornare a casa dove stavano in attesa vecchi e bambini. Accudivano gli animali nella stalla, nel cortile, facevano da mangiare. L’indomani all’alba si ricominciava. Una identità patriottica, religiosa, laboriosa, tenace e dalle esemplari tradizioni alpine, erano le doti delle portatrici carniche .Maria Plozner Mentil, quattro figlie ed un marito al fronte, venne uccisa il 15 febbraio 1916, , da un “ cecchino “ austriaco, a quota 1619, alla Casera Malpasso. Nello stesso anno, altre tre rimasero ferite : Maria Muser Olivotto, Maria Silverio Matiz di Timau e Rosaria Primus di Cleulis. Soltanto mezzo secolo dopo, il 1° ottobre 1997, il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, attorniato dalle più alte cariche dello Stato e della Regione, ha consegnato ai figli della Maria Plozner Mentil, Dorina e Gildo, la Medaglia d’Oro al Valor Militare concessa alla memoria della madre e baciata la mano a Lina Della Pietra.
A tutte le portatrici carniche venne concessa la medaglia d’oro Cavalieri di Vittorio Veneto ed un assegno annuo vitalizio di L.60.000 portato poi a L. 150.000.
La signora Elisabetta Zitelli che aveva ospitato la nonna Lina Della Pietra nel 1974, mi raccontò la storia della sua famiglia consegnandomi diverse fotografie, inedite, molto interessanti.

 Lina Della Pietra, faceva la ricamatrice da ragazzina,e dopo aver fatto parte delle portatrici carniche,come sua sorella Virginia, lavoro pericoloso quando si arrivava vicino al  fronte, perché dovevamo buttarci a terra per schivare le pallottole del nemico; dopo l’ottobre 1917, rimasta a Zovello, frequentava la parrocchia del paese,  dove aiutava il prete  a insegnare dottrina ( fatto inconsueto per i tempi di allora ); molto giovane ancora, sposò un fabbro, Giuseppe Casanova, andando a vivere in Francia  ad Arras capoluogo del Dipartimento del passo di Calais dove aprì una officina per automobili.. Ebbe due figli, Ettore nato il 4.4.1922 ed Elide nata il 30.10.1924, morta nel 1974,era mia madre aggiunse la signora Zitelli. Ritornata in Italia, per l’entrata in guerra con la Francia, dopo essersi alloggiata nelle case destinate ai rimpatriati, a Trieste, - nel 1974 trovò ospitalità a casa mia in viale Miramare, 171 Mio fratello Ettore andò negli Stati Uniti nel 1950 e ritornò in Italia per festeggiare i 100 anni della nonna Lina, rientrando nuovamente in America. Pochi mesi dopo morì anche la sorella Virginia ,portatrice carnica., . sorella di Lina . La signora Elisabetta Zitelli,  -aveva seguita sino sua alla morte la nonna Lina, avvenuta nel 2005. . Aveva 104 anni. Alle celebrazioni funebri nella Chiesa S.Bartolomeo di Barcola, solo i pochi parenti e amici, senza alcuna corona e messaggio da parte degli amministratori locali e dalle autorità politiche venisse recapitato ai familiari.. 
La signora  Zitelli  ,  concluse : La nonna Lina aveva ereditato dal suo passato la fatica abituata da secoli per l’estrema povertà di quelle zone ad indossare la “ gerla da casa “ ,- che mai come in questo caso , rappresentava il simbolo della donna carnica – ora la metteva sulle spalle al servizio della Patria.   Sono comunque fiera di quello che è stata e di quello che ha fatto “
                           Arrigo Curiel


lunedì 12 settembre 2016

Dalla Guerra alla Libertà.



DALLA GUERRA ALLA LIBERTÀ”


 LA CONFERENZA DELL'ASSOCIAZIONE “UN RICORDO PER LA PACE”
DAL SACRIFICIO DI UNA GENERAZIONE DURANTE LA SECONDA GUERRA MONDIALE AL RICORDO DEL CAPORAL MAGGIORE MASSIMO DI LEGGE CADUTO IN UNA MISSIONE DI PACE IN AFGHANISTAN

di Elisa Bonacini
unricordoperlapace.blogspot.it

Si è tenuta nel pomeriggio di sabato 28 maggio presso la Sala Manzù – Biblioteca Comunale di Aprilia la conferenza organizzata dall'Associazione “Un ricordo per la pace” dal titolo: “DALLA GUERRA ALLA LIBERTÀ” - dalla liberazione dei campi di concentramento alla scelta Istituzionale- (aprile 1945- giugno 1946) .
Per la conferenza è stata scelta la giornata del 28 maggio, data commemorativa della Battaglia di Aprilia del 1944, quest'anno nelle particolare ricorrenza dell'80esimo anniversario della Fondazione di Aprilia (25 aprile 1936) e nelle vicinanze del 2 giugno, 70esimo anniversario della nascita della Repubblica Italiana. La giornata in ricordo dei caduti della Battaglia di Aprilia è stata istituzionalizzata nel 2013 su proposta dell’Associazione “Un ricordo per la Pace” e l'adesione delle Associazioni d'Arma e Combattentistiche di Aprilia e altre Associazioni locali, tra cui la Croce Rossa Italiana.
All'iniziativa è stato concesso il logo ufficiale delle celebrazioni del 70° Anniversario della Repubblica Italiana che accredita l’iniziativa quale progetto rientrante nel Programma ufficiale delle celebrazioni del 70° Anniversario della Repubblica italiana a cura della Presidenza del Consiglio dei Ministri - Struttura di Missione per gli Anniversari di interesse nazionale.
La finalità dell'iniziativa, che ha avuto il patrocinio del Comune di Aprilia, era commemorare le vittime militari e civili della seconda guerra mondiale con particolare riferimento ai cittadini di Aprilia, e rievocare il percorso che portò l'Italia alla nascita della Repubblica il 2 giugno 1946 .
Elisa Bonacini presidente di “Un ricordo per la pace” ha aperto il convegno illustrando l'iniziativa e introducendo gli ospiti. E' intervenuta l'Assessore alla Cultura del Comune di Aprilia Francesca Barbaliscia; relatori il Generale Luigi Marsibilio e il Generale Massimo Coltrinari che da anni affiancano l'Associazione in numerosi convegni presso gli Istituti Superiori di Aprilia, affrontando diverse tematiche sulla storia dell'Italia dal primo conflitto mondiale ai giorni nostri.
L'evento ha avuto tra le sue finalità anche quella di dare rilievo al sacrificio degli IMI (Internati Militari Italiani) che dopo l'armistizio dell'Italia l'8 settembre 1943, fedeli al giuramento alla Patria, vennero deportati nei campi di concentramento nazisti. Presenti alcuni familiari degli insigniti apriliani della Medaglia d'Onore IMI (Internati Militari Italiani); dal 2012 grazie all'attività divulgativa dell'Associazione “Un ricordo per la pace” sono 12 le Medaglie d 'Onore conferite a cittadini apriliani, un numero cospicuo che vede Aprilia ai primi posti nel territorio pontino per numero di onorificenze ricevute. In ordine cronologico di consegna della medaglia, gli insigniti di Aprilia sono: Ernesto Bonacini (deceduto); Alfio Fiorini (deceduto); Aldo Boccabella (deceduto); Gino Forconi; Amedeo Luciani (deceduto); Giuseppe Raggi (deceduto); Alfredo Federici (deceduto); Giuseppe Romani (deceduto); Domenico Fusco; Sante Tantari (deceduto); Guido Vitali (deceduto); Aldemiro Casoni (deceduto)
E' stato proiettato il filmato “IL FUTURO DELLA MEMORIA - STORIA DEI MILITARI E CIVILI ITALIANI DEPORTATI NEI LAGER NAZISTI” realizzato dall’Associazione “Un ricordo per la Pace” in cui sono incluse alcune pagine significative del “diario di guerra e prigionia” di Ernesto Bonacini.
Aldo Boccabella, classe 1923, è intervenuto raccontando i suoi giorni di internato militare in Austria. In sala anche Armando Fiorini il cui fratello Alfio morì a seguito dei bombardamenti in un campo di lavoro in Germania. Assente per motivi di salute il cittadino apriliano Ennio Borgia, deportato politico a 16 anni nel lager di Dachau in Germania.
Tra i cittadini di Aprilia morti nello svolgimento del dover Patrio in guerra, Ettore Casoni ha ricordato con commozione lo zio, il soldato Antonio Toffoli morto nel 1944, cui è stata conferita la medaglia d'argento al V.M. Tra i cittadini di Aprilia scomparsi nell'adempimento del servizio militare il Caporal Maggiore Massimo Di Legge che ha perso la vita nel 2011 a soli 28 anni in una missione di pace in Afghanistan. Presenti in Sala Manzù i genitori del ragazzo e il collega dell'Esercito Italiano il Maresciallo Nicola Rizzo, presidente della scuola calcio A.S.D. Esercito Calcio, che è intervenuto con un commosso ricordo del giovane : “Massimo era un soldato che, come tutti coloro che come me indossano una divisa, condivideva dei valori che devono essere di riferimento per la rinascita del nostro Paese, che soffre maggiormente per la disgregazione di essi ancor più che per la crisi economica. Occorre educare i giovani alla pace, ma questo è un lavoro lento che necessita di un'evoluzione spirituale, di un' educazione a valori più alti, di una visione nuova della storia umana. Prima di salutare i genitori disse loro “Se un giorno dovrò morire, lo farò per la Patria!”. Massimo operatore di pace , caduto in terra straniera, e tutti gli eroi caduti per la Patria ci esortano a continuare a credere nei nostri ideali ed a trasmettere a tutti l'amore per la Patria, la fedeltà alle Istituzioni e a dire a tutti : “Noi ci siamo”.
Il Maresciallo Rizzo ha poi anticipato la 3a edizione del Memorial (torneo di calcio) a lui dedicato che si terrà ad Aprilia dal 30 maggio al 18 giugno prossimi.
E anche noi “ci siamo” e  non dimenticheremo mai Massimo e tutti gli italiani che hanno sacrificato la vita per la nostra Patria, per quei valori di onestà e di fedeltà alle Istituzioni.
Il nostro abbraccio alla mamma Antonella e al papà Franco lo rivolgiamo virtualmente a tutte le persone, a tutte le famiglie che ogni giorno faticosamente con grande coraggio scelgono la via della legalità, anche se ciò comporta gravi sacrifici. A queste persone, la parte pulita e splendente  della nostra Italia, vada il nostro rispetto, ma ricordiamo che ognuno di noi, nessuno escluso, deve dare il  proprio contributo. Perché questo mondo forse può cambiare, ma occorre l'impegno di ognuno di noi.
Un doveroso ringraziamento a Elisabetta Casoni- Ciccotti per il contributo alle spese organizzative della manifestazione.
(foto Associazione “un ricordo per la pace” e Stefano Bongarzoni)







sabato 3 settembre 2016

Armistizio Corto. Cassibile. 3 settembre 1943

IL 3 SETTEMBRE 1943 ALLE 17,45, SOTTO UNA TENDA NELLA PIANA DI CASSIBILE FU FIRMATO DAL REGNO D'ITALIA, ALL'INSAPUTA DELL'ALLEATO TEDESCO, IL COSIDETTO ARMISTIZIO CORTO, CON IL QUALE VENIVANO INTERROTTE LE OSTILITA' TRA L'ITALIA E GLI ANGLO-AMERICANI. NON PRESENTI I RAPPRESENTATI DELLA URSS, CHE DIMOSTRAVA QUANTO LA COALIZIONE ALLEATA NON FOSSE OMOGENEA.

INIZIAVA PER L'ITALIA E GLI ITALIANI  UN PERIODO TRAGICO  DURANTE IL QUALE OGNUNO DOVETTE PERSONALMENTE FARE LA PROPRIA SCELTA DI CAMPO.

IL VERTICE MONARCHICO-CONSERVATORE, 
CON I FASCISTI LIQUEFATTI E SCOMPARSI DOPO IL 25 LUGLIO E LA LORO ULTIMA SEDUTA DEL GRAN CONSIGLIO DEL FASCISMO,
CHE AVEVANO VOLUTO E CONDOTTO LA GUERRA
DOVEVA GESTIRE L'ARMISTIZIO, GESTITO 
E CONDOTTO COSì INVEROSIMILMENTE MALE
CHE FU UNA DELLE PAGINE PIU' TRAGICHE DELLA STORIA DELLA
PATRIA
CHE ANCORA OGGI INCIDONO SULLA NOSTRA VITA PUBBLICA.  

sabato 9 luglio 2016

Il Problema della Immigrazione

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Le migrazioni di persone da un paese ad un altro - per fuggire da guerre e persecuzioni, dai cambiamenti climatici e ambientali o in cerca di un futuro migliore per sé e per i propri figli - sono un fenomeno costante nella storia dell’umanità.

Continente di emigrazione fino alla metà del secolo scorso, negli ultimi decenni l’Europa è diventata il punto d’approdo di un numero crescente di migranti, sia per motivi umanitari che economici. Le ragioni sono evidenti: in primis la guerra e l'instabilità nelle regioni vicine ai confini dell’Unione europea (Ue) - basti pensare alla Siria, l’Iraq e la Libia - ma anche le maggiori opportunità in termini di lavoro, istruzione e benessere che i paesi europei possono offrire rispetto ai paesi d’origine dei migranti.

La gestione ordinata ed efficace dei flussi migratori è dunque una delle sfide principali che l’Ue ha oggi davanti a sé, e il modo nel quale tale sfida verrà affrontata avrà un impatto fondamentale sui suoi sviluppi futuri.

Dalle misure di emergenza alle strategie di lungo termine
La situazione attuale è caratterizzata da flussi importanti - più di un milione di persone solo nel 2015 - che hanno attraversato irregolarmente le frontiere esterne dell’Unione, in gran parte per motivi umanitari, facendo spesso ricorso all’aiuto di trafficanti e mettendo a rischio la loro vita.

Questo ha fatto sì che l’azione dell’Unione europea nel 2015 e all’inizio del 2016 si concentrasse - inevitabilmente - sulle misure urgenti da prendere per la gestione dei crescenti flussi migratori alla frontiera sud e sud-est, con l’obiettivo di garantire l’asilo e la protezione umanitaria a chi ne ha diritto, di assicurare una distribuzione equa dei richiedenti asilo tra tutti gli Stati membri, e al tempo stesso scoraggiare la migrazione irregolare e contrastare l’azione dei trafficanti.

È tuttavia evidente che una gestione efficace dei flussi migratori deve andare al di là delle misure d’emergenza e sviluppare azioni di medio-lungo termine che possano far sì che la migrazione non sia più un problema o una crisi da risolvere ma un elemento che contribuisce allo sviluppo e alla crescita futura delle nostre società.

È interessante vedere come, in paesi di più lunga tradizione migratoria come il Canada, il concetto di migrazione sia legato strettamente a quello di ‘nation building’: le persone che accogliamo oggi, ed il successo (o meno) del processo di integrazione, determineranno quello che il nostro Paese sarà tra 20, 50, 100 anni.

Fermo restando che la storia e la situazione geopolitica canadese sono completamente diverse da quelle europee, l’approccio alla migrazione come elemento fondante della società futura è indubbiamente un modo molto più razionale di percepire e gestire il fenomeno migratorio, dal quale l’Europa e i suoi Stati membri dovrebbero trarre ispirazione.

Decrescita demografica e carenza di manodopera
Tanto più che l’Europa è attualmente un continente in decrescita demografica, con una popolazione in età lavorativa in diminuzione: secondo le proiezioni Eurostat, tra due decenni in uno scenario senza migrazione esterna la popolazione europea in età lavorativa diminuirebbe di 40 milioni di persone, ponendo evidenti problemi di sostenibilità dei sistemi di welfare nazionali.

Inoltre, pur in presenza di livelli elevati di disoccupazione in diversi Stati membri, è un dato di fatto che vi sono ovunque in Europa settori con carenza di manodopera, come ad esempio l’ambito delle tecnologie di informazione e comunicazione.

È per questo che nell’Agenda europea sulla migrazione del maggio 2015, la Commissione ha sottolineato la necessità, nell’ambito di un approccio globale al fenomeno migratorio, che l’Unione europea sviluppi una politica volta ad attirare i talenti e le competenze necessarie a mantenere e accrescere la competitività dell’economia europea.

Un passo importante in questa direzione è l’adozione il 7 giugno scorso delladirettiva “Carta Blu” europea, al fine di facilitare l’ingresso e la mobilità all’interno dell’Ue dei lavoratori di paesi terzi altamente qualificati, particolarmente in settori chiave per l’economia europea.

Tale proposta segue di poco l’entrata in vigore della direttiva 801/2016, che facilita l’ammissione di studenti e ricercatori stranieri, promuovendone anche la mobilità intra-Ue, in particolare per coloro che siano beneficiari di programmi europei quali Erasmus+.

Puntare sull’integrazione
Sempre il 7 giugno, la Commissione europea ha adottato un Piano d’azione per l’integrazione dei migranti, con misure di sostegno pratico e finanziario agli Stati membri. È solo investendo in politiche efficaci d'integrazione - nel mercato del lavoro, nel sistema educativo e nella società più in generale che l’immigrazione potrà avere effetti positivi per il paese d’accoglienza.

È altrettanto evidente che, al contrario, i costi della non-integrazione possono essere molto alti, non solo in termini economici, ma anche e soprattutto dal punto di vista della coesione sociale.

Tale quadro sarà inoltre completato a breve da ulteriori misure che possano facilitare l’accesso legale a coloro che hanno un bisogno riconosciuto di protezione, limitando in tal modo i flussi irregolari e l’azione dei trafficanti, oltreché da una cooperazione rafforzata con i paesi d’origine e transito dei migranti, come indicato nella recenteComunicazione sulla creazione di un nuovo quadro di partenariato con i paesi terzi.

È indubbio che la sfida più difficile per i prossimi anni sarà riuscire a superare le divisioni profonde e i riflessi nazionalisti che sono emersi negli ultimi tempi tra gli Stati europei sulle questioni migratorie, al fine di raggiungere un consenso politico ampio sulla strategia globale di medio e lungo termine che la Commissione ha sviluppato sinora e che continuerà con forza a promuovere.

Laura Corrado è attualmente Capo dell’Unità responsabile per la Migrazione Legale e l’Integrazione della Direzione Generale “Migrazione e Affari Interni” della Commissione europea. Le opinioni espresse appartengono unicamente all’autore e non riflettono necessariamente l'opinione della Commissione europea, né possono essere considerate come posizioni ufficiali della stessa.

martedì 28 giugno 2016

i 50 anni dell'IAI

IAI50
Nel mondo che cambia, resta prezioso
Michele Valensise
21/06/2016
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Il cinquantesimo compleanno dell'Istituto affari internazionali è una bella occasione per riflettere sulla politica estera italiana, sulla sua rilevanza, in particolare nel quadro europeo, e sulla percezione che ne abbiamo avuto negli ultimi decenni e poi nell'attuale fase, così carica di tensioni e interrogativi.

Gli addetti ai lavori in passato hanno lamentato sistematicamente una scarsa attenzione degli organi di informazione e quindi dell'opinione pubblica per la politica internazionale. Spesso abbiamo criticato la visione angusta, strettamente nazionale, di fenomeni ed eventi esteri che pure ci toccavano direttamente, mentre le complesse alchimie della politica interna italiana monopolizzavano la scena mediatica.

Erano gli anni in cui nei nostri telegiornali, prima di ascoltare una notizia dall'estero, eravamo costretti a inghiottire disciplinatamente lunghi e indigesti panini di politica interna. Negli anni in cui nasceva lo IAI ci voleva un asso della comunicazione moderna come Ruggero Orlando per far entrare nelle case degli italiani una rinfrescante brezza straniera.

Oggi quell'Italia in bianco e nero è solo un ricordo sbiadito e un po' struggente. Abbiamo vissuto e ormai metabolizzato la rivoluzione digitale, l'azzeramento del tempo e dello spazio. Ma soprattutto abbiamo assistito a mutamenti epocali sulla scena mondiale, a lungo ibernata nella logica bi-polare, poi di colpo sciolta da condizionamenti, contrappesi e deterrenze e pertanto suscettibile di muoversi in direzioni imprevedibili, incerte, spesso minacciose, con contraccolpi diretti sulla nostra vita quotidiana. Guerre, migrazioni, terrorismo, crisi economiche scandiscono ora il nostro tempo e la laboriosa ricerca di modelli e strumenti nuovi per far fronte alle tante sfide.

Il mondo è entrato di prepotenza nelle nostre vite ed è naturale l'esigenza di farsi un'idea più precisa di quanto accade oltre la porta di casa. Le relazioni internazionali e la politica estera non sono una scienza esatta, non possiamo invocare soluzioni verificate in laboratorio. Ma esiste la via per comprendere meglio, inquadrare dinamiche e avvenimenti, interpretare decisioni e propositi e in definitiva esercitare la ragione e governare, o almeno ridimensionare, qualche paura forse eccessiva.

I governi, le istituzioni ci possono aiutare a far meglio i conti con la realtà. Altrettanto possono fare la pubblicistica e la comunicazione mediatica. Ma un grande spazio può essere riempito dagli enti di studio e di ricerca che abbiano la capacità di intercettare temi di attualità e di interesse e soprattutto di avere un ampio raggio di azione e di penetrazione nella società.

Seguo da anni con interesse e ammirazione l'attività dell'Istituto Affari Internazionali e riconosco facilmente nei suoi illuminati dirigenti, nei suoi preparatissimi esperti e nei suoi stimolanti ospiti il profilo migliore per un Istituto che voglia essere al passo con i tempi e offrire un servizio e prodotti di alta qualità a un pubblico sempre più interessato alle relazioni internazionali.

Non c'è più alcun deficit informativo di cui oggigiorno lamentarsi. Al contrario, siamo obbligati a gestire una massa ingente, senza precedenti, di informazioni e di dati, con una scansione temporale sempre più rapida e per molti troppo incalzante, se non insopportabile.

Decisori e analisti, diplomatici e ricercatori, opinionisti e cronisti, studenti e stagisti, lettori e telespettatori, tutti hanno bisogno di organizzare i dati, di ordinarli utilmente, di capirli in profondità. Il lavoro degli specialisti e dei ricercatori - e lo IAI rappresenta senz'altro l'eccellenza degli enti di ricerca e studio - è cruciale per dare profondità, coerenza, sistematicità alle analisi e alle proiezioni sui temi europei e internazionali.

Sicché sono convinto che l'azione dello IAI contribuisca egregiamente, specie in questa fase, anche a produrre qualche utile antidoto contro alcune desolanti semplificazioni emotive e interessate, come noto oggi in voga anche all'estero, a cominciare dal progetto di costruzione dell'Europa.

I grandi scenari con i quali ci confrontiamo in questo periodo e le incognite preoccupanti che abbiamo dinanzi devono essere affrontati con consapevolezza e spirito libero e critico. I rischi di disintegrazione dell'Unione europea, la stabilità dell'area mediterranea, la minaccia del terrorismo fondamentalista, la gestione delle migrazioni - per citare solo alcuni dei temi più scottanti - richiedono, e richiederanno ancora a lungo, analisi attente e documentate.

L'Istituto Affari Internazionali ha la competenza, l'autorevolezzae la passione per continuare a svolgere un compito prezioso non solo per gli addetti ai lavori.

Michele Valensise, già Segretario Generale della Farnesina.

Orizzonti e prospettive per i centri studi

IAI50
La ricerca applicata alla politica
Marta Dassù, Roberto Menotti
21/06/2016
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L’Istituto Affari Internazionali è un raro caso, nel panorama italiano, di vero e classico think tank. Negli anni, è riuscito ad attirare attorno a sé una vasta cerchia di analisti, accademici, e policy maker. Ed è riuscito a far crescere nuove generazioni di ricercatori e studiosi.

Soprattutto, l'Istituto fondato da Altiero Spinelli è riuscito a costruirsi una rete stabile di rapporti internazionali: a tutti gli effetti, ed in modo particolare per le questioni europee, lo IAI resta il punto di riferimento italiano. Si tratta di un ruolo davvero prezioso per il Paese.

Ci sono molti modi in cui un centro-studi, un “pensatoio”, può rendersi utile. Anzitutto, offrendo un punto di incontro per il confronto libero tra idee diverse e l’articolazione di proposte concrete: da quando la politica europea è diventata nei fatti una politica "intra-domestica", questo ruolo è diventato al tempo stesso più delicato ma anche più utile. La tradizione europeista, così importante nella formazione dello IAI, è di fronte a sfide senza precedenti e nuove idee sono necessarie per preservare e rafforzare l'Unione europea.

Al tempo stesso, la capacità di leggere i trend internazionali è diventata di estrema complessità, in un sistema internazionale dominato dal "disordine", dalla frammentazione e da aree di vera e propria implosione. La vitalità comparativa di unthink tank si misura quindi sul grado di innovazione, sia tematico che geopolitico. Da questo punto di vista, la traiettoria recente dello IAI dimostra una notevole sforzo di continuo adattamento.

Si può aggiungere che è diventata più rilevante l'interazione tra il mondo degli studi (accademici e non) e il mondo del “policymaking”, cioè della politica attiva. Se l’Italia non ha (quantomeno non ancora) replicato un meccanismo di “revolving doors” di tipo americano, con un frequente scambio tra think tank e governo o alto funzionariato (e viceversa), vi sono stati casi del genere e il trend sembra in aumento.

Si tratta di un circolo virtuoso che avvicina la società civile alle istituzioni e che facilita la selezione delle élites - cosa ancora più necessaria in una fase di grave indebolimento dei partiti politici come strutture per la formazione del personale politico-amministrativo.

Un think tank internazionale può inoltre contribuire ad analizzare e spiegare il senso di eventi e fenomeni complessi (come tipicamente sono quelli globali, all'incrocio fra geopolitica, sicurezza ed economia) in modo non semplicistico. In sostanza, comprendere connessioni e implicazioni di fattori europei o globali significa rendere un paese come l’Italia più attrezzato ad agire e reagire con cognizione di causa.

Ciò è vero sia al livello del business, che per i policy maker e i media: gli attori diversi e complementari, dunque, che un Istituto come lo IAI riunisce attorno al proprio tavolo. Naturalmente l'obiettivo deve restare anche quello di riuscire ad incidere sul livello più vasto dell’opinione pubblica “informata” o comunque interessata. Un compito arduo, appunto; ma indispensabile.

Un’ultima funzione essenziale è relativa al graduale ricambio generazionale, e dunque all’innovazione intellettuale. Un centro-studi degno di questo nome attinge costantemente ai circuiti universitari e specialistici per rinnovarsi, pur mantenendo un forte radicamento nella tradizione (soprattutto quella europeista, nel caso dello IAI): è un mix necessario per garantire continuità, controllo della qualità, contatti internazionali ad alto livello, ma anche freschezza e originalità.

In tal senso, un think tank funziona - quando riesce a dare il meglio di sè - come produttore di idee, incubatore e laboratorio. I giovani analisti e ricercatori che passano, magari soltanto per alcuni mesi, per tale esperienza acquisiscono non soltanto un metodo concreto di lavoro (che difficilmente si acquisisce nel percorso universitario) ma anche una forma mentis: aperta a nuovi modi di leggere i trend internazionali ma sempre attenta alla verifica dei dati e alla qualità delle fonti.

Marta Dassù, direttore Aspenia, Aspen Institute Italia.
Roberto Menotti, vicedirettore Aspenia e direttore scientifico Aspenia online (roberto.menotti@aspeninstitute.it)
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giovedì 23 giugno 2016

Israele. la destra al potere fino al 2019

Israele
La virata a destra di Bibi
Andrea Dessì
10/06/2016
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Siamo infetti “dai semi del fascismo”, “elementi pericolosi” si sono impossessati del governo. Una presa “ostile” e “questo è solo l’inizio”. Ehud Barak, ex primo ministro, già ministro della difesa e capo del partito laburista israeliano sino al 2013, è stato durissimo.

Dopo settimane di indiscrezioni che sembravano rendere imminente l’entrata nel governo della coalizione Unione sionista capeggiata dai laburisti, il primo ministro Benjamin Netanyahu, Bibi, ha sorpreso tutti alleandosi con Avigdor Lieberman, noto politico della destra nazionalista e ora nuovo ministro della difesa israeliana.

Dietro lo strappo si cela il timore
Con il sostengo della piccola fazione politica capeggiata da Lieberman, la coalizione governativa guidata da Netanyahu, che si reggeva sul voto di un singolo ministro, gode ora di una maggioranza di 66 su 120 seggi in parlamento (uno dei 6 ministri del partito di Lieberman ha rifiutato l’accordo con il Likud di Bibi.) Ciò rende probabile che sarà la destra, e solo la destra, a guidare il Paese sino alle elezioni del 2019, quando Netanyahu cercherà di conquistare il suo quinto mandato.

Già ministro degli esteri nel precedente governo di Netanyahu, dal 2015 Lieberman è passato all’opposizione, divenendo il suo principale avversario politico e criticando ripetutamente l’operato del governo in tema di sicurezza, da sempre perno del consenso popolare in Netanyahu. L’alleanza - non inedita - con Lieberman è quindi dettata da un crudo calcolo politico. L’obiettivo di Bibi è quello di consolidare il suo ruolo di leader indiscusso della destra in Israele, preparando il terreno per il 2019.

Sebbene Netanyahu sia riuscito ad ampliare la sua maggioranza governativa, il futuro politico del primo ministro rimane oggi più incerto che mai. Nuove forze politiche e generazionali nel centro-destra e anche nel vecchio partito dei laburisti israeliani sono in fermento. Non è da escludere l’emergere di nuovi partiti e coalizioni politiche, dentro le quali potrebbero defluire molti ministri del governo e dell’opposizione, creando quindi un'alternativa solida al Likud di Netanyahu nel centro-destra, insieme ad una nuova costellazione di partiti di centro e centro-sinistra.

Esercito israeliano ed estremismo
Noto soprattutto per le controverse dichiarazioni sulla necessità di ‘trasferire’ le popolazioni arabo-israeliane, Lieberman guiderà ora il più ambito e spinoso ministero israeliano. Non sarà compito facile. Proprio dall’esercito sono giunte dure critiche e moniti d’allarme. Il 4 maggio, giorno della memoria per la Shoà, il vice capo di stato maggiore Yair Golan, ha parlato di “tendenze di rivolta” nella società israeliana.

Commento, il suo, che è solo l’ultimo di una lunga serie di dichiarazioni provenienti dagli alti ranghi dell’establishment israeliano, preoccupato per il crescere dell’estremismo e dell’intolleranza in Israele, evidenziato anche dalla brutta vicenda di un soldato israeliano ripreso mentre colpisce con un colpo di fucile al volto un attentatore palestinese ferito a terra.

L’evento è stato fonte di ampi dibattiti in Israele. Il soldato è ora indagato per omicidio colposo, ma per molti, specie il ministro della difesa uscente Moshe Ya'alon e le più alte cariche dell'esercito, non sono arrivate prese di posizione abbastanza forti dal governo.

Mediazioni esterne 
Alle prese con un’ondata di violenze e accoltellamenti, crescenti scandali politici e un coro incessante di critiche internazionali, in molti pensavano che con una giusta dose di incentivi Netanyahu avrebbe optato per una de-escalation.

Un governo di unità nazionale Likud-Unione sionista avrebbe dato una maggiore copertura internazionale, migliorando i rapporti con Stati Uniti e Europa, ma anche con l’Egitto e le monarchie del Golfo. Attraverso un’unione delle forze di centro, i partiti più estremi del governo - in particolare quello di Naftali Bennett (8 seggi), ma ora anche quello di Lieberman (6 seggi) - avrebbero perso molto peso politico, aumentando la libertà di manovra del governo.

Questa a grandi linee era la strategia che da mesi cercava di mettere in atto Tony Blair, ex primo ministro britannico e fino al 2015 capo del Quartetto per il Medio Oriente, composto dagli Stati Uniti, Russia, Onu e Ue. Dopo una lunga serie di contatti con i leader della coalizione Unione sionista (24 seggi) e del Likud (30 seggi), tutto sembrava pronto. In cambio dell’entrata nel governo, i leader dell'Unione avrebbero ottenuto il ministero degli esteri (dal 2013 nelle mani di Netanyahu), il dossier dei negoziati con i palestinesi e un impegno a limitare la costruzione di insediamenti nei territori occupati.

Netanyahu ha però preferito un passaggio intermedio, optando per l’opzione Lieberman che coalizza tutti i partiti di destra all’interno del governo. Questo rafforza nettamente la sua posizione anche nel contesto dei negoziati, ancora in corso, per un accordo di unità nazionale con i leader dell'Unione sionista.

Anche se molti ci sperano, sono altrettanti coloro che pensano che l’ultima mossa del Likud mostri che il vero obiettivo di Netanyahu sia semplicemente quello di prendere tempo, trarre profitto da un miglioramento dei rapporti con la comunità internazionale ed evitare di avanzare qualsiasi proposta concreta di negoziati con i palestinesi.

È per questa ragione che l'Unione sionista insiste per mettere nero su bianco una serie di impegni che suggellino l’alleanza con Bibi, superando anche l’impasse che si era creata nei giorni antecedenti all’entrata di Lieberman nel governo.

Non è chiaro se la deriva a destra della politica israeliana sia solo un passaggio tattico prima di una virata verso il centro. Non vi sono dubbi che in molte capitali mondiali, così come al recente incontro internazionale di Parigi, la speranza sia proprio questa: che Netanyahu scelga il buonsenso. La biografia personale e politica del leader israeliano riduce però l’ottimismo.

Andrea Dessì è dottorando in relazioni internazionali alla LSE di Londra e ricercatore IAI nell’area Mediterraneo e Medioriente.

sabato 28 maggio 2016

Aprilia. Incontro dalla Guerra alla Libertà"


Note ed informazioni, comunicato stampa e relazioni sono su
 www.guerradiliberazionelastoria.blogspot.com 
 con post in data 6,18,27 e 28 maggio


28 maggio 2016. Una iniziativa della Associazione "Un Ricordo per la Pace"


venerdì 27 maggio 2016

Populisti e Xenofodi: quando prendono il sopravvento.

Austria 
Hofer, un Le Pen dai toni moderati 
Francesco Bascone
14/05/2016
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La politica interna austriaca è in stato di fibrillazione. La causa? Il primo turno delle elezioni presidenziali del 24 aprile che hanno duramente punito i partiti di governo e portato in pole position per la presidenza un esponente della destra identitaria.

Ne sono una chiara dimostrazione le dimissioni di Werner Faymann dalla guida del Partito Socialista e del governo, da lui annunciate a sorpresa il 9 maggio.

Quello che preoccupa l'Europa non è questo. Bensì la prospettiva che al secondo turno Norbert Hofer, leader del partito di estrema destra, sia eletto presidente. Anzi, sia una sua vittoria, tutt'altro che improbabile, che una sua sconfitta di misura, sarà percepita come un campanello d'allarme. Che però va attentamente interpretato.

Travaso di voti a favore di populisti e xenofobi
Anzitutto sarebbe sbagliato vedervi una ricaduta verso nostalgie del passato nazional-socialista. Hofer, che ha 45 anni, è fra l'altro decisamente filo-israeliano e contrario a qualsiasi tolleranza nei riguardi dell'antisemitismo. Le sue posizioni su altri temi sono vicine a quelle della francese Marine Le Pen, ma con toni più moderati.

La sua elezione non significherebbe che oltre metà degli austriaci sia propensa a votare per il suo partito alle prossime politiche, consultazioni ben più importanti.

Si spiegherebbe piuttosto con gli errori strategici fatti dai partiti di governo, che hanno presentato candidati mediocri (hanno ottenuto un misero 11-12% ciascuno, perdendo metà del loro già eroso elettorato potenziale), piuttosto che concentrare il loro sostegno su una personalità indipendente, come la ex-presidente della Corte Costituzionale Irmgard Griss, la quale ha mancato di poco l'accesso al ballottaggio.

Socialisti e cristiano-democratici hanno così fatto all'outsider di destra il regalo di doversi battere soltanto contro un altro outsider, il rappresentante dei Verdi, partito cui fa capo il 12% circa dell'elettorato.

Quale che sia l'esito del ballottaggio, il dato più significativo è il risultato del primo turno: il 35% ottenuto da Hofer (con un forte distacco sul verde van der Bellen, arrivato al 21%) corrisponde ai consensi di cui ormai godono nei sondaggi il “partito della libertà” e il suo leader Heinz-Christian Strache. Questa crescita del partito, comunemente bollato come xenofobo, è ancora più preoccupante a fronte del calo nei sondaggi dei due partiti storici, oggi insieme al governo, scesi entrambi al 22% circa.

Il travaso di voti dai partiti popolari (Volksparteien) a quello populista (un anno fa oscillavano tutti e tre intorno al 25%) si spiega in massima parte con il diffuso timore di un afflusso incontrollato di rifugiati e migranti, soprattutto se musulmani, e con la crescente insofferenza verso gli eurocrati di Bruxelles (le due fobie sono chiaramente collegate, come avviene in altri paesi europei, a cominciare da Francia e Gran Bretagna).

Fattori secondari sono il logorio del potere e i dissensi fra i due partiti della coalizione, l'immagine giovanile e accattivante del 46enne Strache, l'aumento della disoccupazione.

Ribellione contro la casta 
In questo successo di un movimento che cavalca la ribellione contro una casta politica sclerotizzata, la over-regulation comunitaria e il “politically correct” dell'accoglienza ai migranti non vi è nulla di specificamente austriaco.

L'Austria non fa che precedere (di poco) altri paesi europei. In Francia il Front National conta sul sostegno di almeno un quarto dell'elettorato; fra un anno Marine Le Pen potrebbe aspirare a un risultato simile a quello di Hofer al primo turno, ed è scontato che acceda al ballottaggio.

Fin qui il significato di questa elezione come rivelatore delle inquietudini dell'opinione pubblica. Ma quanto potrà influire sulla politica dell'Austria verso l'integrazione europea e verso i vicini italiani?

Agli Altoatesini doppia nazionalità?
Va ricordato anzitutto che, benché eletto dal popolo - e questa è una anomalia - il capo dello stato ha poteri limitati, come in Italia e in Germania. Hofer intende interpretarli in modo estensivo, ma non potrà sottrarre al Cancelliere quello di determinare l'indirizzo politico.

Ben più incisive sarebbero dunque le conseguenze di un avvento del suo capo, Strache, al Cancellierato. Una prospettiva che potrebbe concretarsi all'indomani delle prossime elezioni parlamentari, probabilmente anticipate al 2017, o forse già a questo autunno.

Per evitarla, socialisti e democristiani puntano a facce nuove, che proiettano un'immagine di dinamismo: rispettivamente il manager Christian Kern, cinquantenne a capo delle ferrovie nominato venerdì nuovo primo ministro, e il giovanissimo diplomatico Sebastian Kurz, che verrà utilizzato al momento ritenuto elettoralmente più opportuno.

Nell 'infausta evenienza di una coalizione di cui gli “azzurri” facciano parte o addirittura abbiano la guida (che molti in entrambi i partiti popolari non escludono), è da prevedere una linea più euro-scettica, il mantenimento del tetto all'afflusso di rifugiati, l'opposizione all'ingresso della Turchia nell'Ue e prese di posizione in favore dell'unità di tutti i tirolesi (recentemente invocata da Strache), incompatibili con gli accordi vigenti.

Senza probabilmente arrivare a concrete rivendicazioni territoriali contro l'Italia, ma forse giungendo a offrire la doppia nazionalità a tutti gli altoatesini e quindi entrando in rotta di collisione col nostro Paese.

Francesco Bascone è Ambasciatore d’Italia.
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