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Il Corpo Italiano di Liberazione ed Ancona. Il tempo delle oche verdi e del lardo rosso. 1944

Il Corpo Italiano di Liberazione ed Ancona. Il tempo delle oche verdi e del lardo rosso. 1944
Società Editrice Nuova Cultura, Roma 2014, 350 pagine euro 25. Per ordini: ordini@nuovacultora.it. Per informazioni:cervinocause@libero.it oppure cliccare sulla foto

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sabato 13 dicembre 2008

Gli Autieri nell'Esercito Italiano

Gli Autieri sono gli eredi diretti, oggi, di chi, nei secoli passati fino a Napoleone si sono occupati di utilizzare, in vario modo quella grande invenzione che è la ruota e quindi dei trasporti. Con Napoleone, questo grande retaggio che discende dalle Legioni di Roma fini agli eserciti settecenteschi, ha un salto di qualità, passando dal singolo impiego del carriagio ad un complesso omogeneo, ovvero la istituzione del Treno di Artiglieria, voluto per rendere più mobile questa arma. Si formalizzava anche nel campo operativo una organizzazione già esistente negli eserciti europei e nell’Esercito Piemontese di Vittorio Amedeo II, in particolare: il Treno di Provianda ove Provianda discende dal termine tedesco proviand = vettovaglie, ovvero la colonna di rifornimenti che seguiva l’Armata.
Con l’introduzione del Treno, abbiamo nell’ordinamento il Corpo Treno; con la costruzione delle strade ferrate, nella seconda meta del 1800, il passo dalla ferrovia alla strada fu breve.
La mobilità sul campo di battaglia, non è più affidata solamente alle gambe degli uomini ed al traino animale, ma assume una combinazione ed evoluzione tecnologica che, di sfida in sfida, ancora oggi è in essere.
L’invenzione del motore a scoppio e la realizzazione dell’automobile, sul finire del 1800, non poteva rimanere estraneo allo strumento bellico. Preso atto del momento di transizione, uomo e mezzo meccanico, rappresentato dalla bicicletta, che potenzia l’elemento umano come propulsore ma non lo supera, con l’automobile si passò definitivamente al binomio uomo-motore.
Nel 1903 il Ministro della Guerra acquista, in via sperimentale, due Automobili, e le assegna alla Brigata Ferrovieri del Genio, costituendo un “Nucleo di Sottufficiali Macchinisti”, nucleo che, che dopo le eccellenti prove date nelle Manovre del 1905 viene trasformato il Sezione Automobilistica (100 uomini fra ufficiali e truppa).
Nel 1910 il Nucleo da vita al Battaglione Automobilisti del Genio, ordinato su due compagnie, una di stanza a Roma e una di stanza a Torino, alle dirette dipendenze del Comando Supremo.
Sempre nel 1910 vi fu il primo grande acquisto di automobili, per un totale di 450 esemplari. Ormai si era usciti dalla fase di sperimentazione e si era passati alla fase di impiego.
Nella guerra Italo Turca il Battaglione Automobilistico costituì inizialmente il Parco automobilisti di Tripoli, poi quello di Derna e di Bengasi.
Negli anni 1912-1913 si ha un crescente sviluppo della componente automobilistica, più frenata da esigenze di bilancio che da reali situazioni di impiego.
L’Italia entra nella 1° guerra mondiale con una disponibilità complessiva di 400 autovetture, 3400 autocarri, ambulanze ed autobus, 150 trattrici, 1500 motocicli. Una disponibilità accettabile ma che, visto l’evolversi della guerra, diviene subito insufficiente, subendo un processo di obsolescenza sempre più rapido. Oltre alla componente materiale, la stessa sorte tocca alla dottrina ed alle relative istruzioni di impiego. Sul piano strettamente operativo di impiego, passati i primi mesi di guerra, tutti si rendevano conto dell’utilità del Servizio Automobilistico, fugando ogni ulteriore dubbio e sciogliendo le ultime riserve.
I problemi dettati dalle esigenze di guerra sono pressanti: il Comando Supremo, per fronteggiarle, crea la Sezione Automobilistica “ presso l’Intendenza Generale e gli Uffici Servizi presso i Corpi di armata” . Saranno questi i primi organi tecnici automobilistici dell’Esercito Italiano.
Nel luglio del 1916 venivano costituiti i primi “Autogruppi”, ognuno in grado di trasportare un Battaglione di Fanteria. E’ del 16 luglio 1915 il primo Caduto del servizio Automobilistico: per superare il ponte di Pietris, sull’Isonzo, distrutto, si passò a guado, sotto l’osservazione di osservatori nemici posti su palloni frenati. Al ritorno la colonna, che aveva assolto il compito di rifornire le prime linee ripassò accanto al ponte di Pietris e fu fatta segno ad un nutrito fuoco di artiglieria, che colpì a morte l’autiere Emilio Vanetto da Padova.
E veniamo alla battaglia degli Altipiani, o come definita dal nemico, la Spedizione Punitiva. Questa grande offensiva nemica stava per consegnare il suo obiettivo, ovvero giungere in pianura attraverso l’altipiano di Asiago, alle spalle della fronte Giulia. La reazione del Comando Supremo, per sventare questo pericolo, fu pronta: utilizzando l’autoparco di riserva, in 4 giorni, utilizzando 974 autocarr,i furono trasportati 15432 uomini del XIV e del X Corpo d’Armata e relativi equipaggiamenti dal fronte isontino e carnico agli Altipiani, superando distanze di 200-250 Km e con punte di 350 Km. I conduttori si trovavano nella condizione di rimanere al volante dei loro autocarri per oltre 48 ore consecutive, facendo la spola fra la Carnia e gli Altipiani.
L’offensiva nemica fu fermata e questa rimane una delle più belle pagine degli Autieri.
Il Corpo Automobilistico, con il procedere della guerra, cresce di anno in anno con il dilatarsi degli incarichi e dei compiti. Sul finire del 1916 comprendeva già 800 Ufficiali e 20.000 tra Sottufficiali e truppa; nel 1917 1500 ufficiali e 60.000 autieri, con un parco automezzi di 1450 autovetture, 15.700 autocarri, 850 trattrici, 5000 motocicli.
Caporetto non fu disastroso, come si potrebbe immaginare, per il Corpo, rispetto agli altri Corpi logistici: andarono perduti, sui 15700 autocarri in dotazione “solo 3000 autorcarri” ed un terzo delle trattrici; questo salvataggio dei mezzi fu uno dei fattori della ripresa e di resistenza, anche per il fatto che gli organi di sostegno del Servizio Automobilistico erano tutti, prima dell’offensiva, posti al di qua del Piave.
Nel 1918 il Corpo fu potenziato ancora: nonostante le perdite, si hanno 20000 autovetture, 21500 autocarri, 900 trattrici e 5400 motocicli. Il Corpo comprendeva 2500 Ufficiali e 100.000 uomini di truppa.
La battaglia del Solstizio nel giugno del 1918, durante la quale gli austro-ungarici furono definitivamente respinti e quella di Vittorio Veneto ebbero esito favorevole anche per l’impegno degli autieri, e fu la vittoria.
E a questa vittoria contribuirono anche i reparti automobilistici impegnati in Albania e Montenegro, che operarono in quelle zone impervie ponendo le premesse della presenza italiana nell’altra sponda dell’Adriatico e delle gesta del secondo conflitto Mondiale
La prima guerra mondiale,quindi, fu la consacrazione dell’automobile, come la II Guerra Mondiale fu per il mezzo aereo e la figura dell’autiere entro nel retaggio della tradizione militare italiana.
Il Corpo ne uscì potenziato e moltiplicato, sia uomini che mezzi, con un retaggio di valore, onore e sacrificio oltre che di dedizione di tutto rispetto.


Il dopoguerra, negli anni venti, fu complesso, pieno di contraddizioni, conflitti e tensioni. Si doveva passare da una economia di guerra a una economia che permettesse alla Nazione di godere dei frutti di tanti sacrifici. Le soluzioni adottate non furono all’altezza delle aspettative e molte illusioni caddero. L’Esercito subì questa situazione e gli “ordinamenti” si seguirono uno dietro l’altro, ove le innovazioni, spesso, furono più deleterie di quanto esisteva. Fino al 1925 vi furono cambiamenti repentini, non assorbiti dalla forza armata, ma assimilati non senza contrasti e conflitti.
Poi tutto si stabilizzò e dal 1925 per gli anni seguenti si andò verso una più attenta attività ordinativa.
Nel 1926 si ha l’istituzione del “Servizio Amministrativo Militare”; nel 1930 la costituzione del Ispettorato del Servizio Automobilistico.
Le Regie Patenti datate 13 luglio 1933 assegnarono il motto al Corpo, attribuito a Gabriele D’Annunzio, “FERVET ROTAE – FERVET ANIMI”
Il 27 dicembre 1935, con il Decreto legge n. 2171, vi è la costituzione del Corpo Automobilistico, con ruolo autonomo, a cui poi nel marzo del 1936, seguì l’assegnazione del fregio e delle mostrine.
Con questo ordinamento si affrontò il ciclo delle guerre di rafforzamento della posizione di grande Potenza dell’Italia: Spagna, Etiopia, Albania, nonché il mantenimento e l’occupazione e il controllo dei territori coloniali in Libia e in Somalia. Il corpo fu sempre presente, assicurando il Servizio pur nella sempre precarietà della situazione contingente.
La seconda Guerra Mondiale fu affrontata con lo spirito di sempre : devozione e presenza. La campagna delle Alpi occidentali fu per gli autieri breve, ma dura. I risultati, per il corto periodo della campagna, dal 17 giugno al 24 data dell’armistizio con la Francia (dal 10 al 17 giugno Mussolini aveva ordinato di rimanere sulla difensiva) non furono eclatanti. Le fotografie e l’iconografia dell’epoca, peraltro, riportano lunghe fila di automezzi incolonnati per impervie strade di montagna, con un tempo invernale ancorché si operasse nel mese di giugno, segno delle condizioni difficili in cui gli Autieri erano chiamati ad operare.

In Africa Orientale la dichiarazione di guerra aggiunge una preoccupazione in più. E’ noto che la conquista di Addis Abeba, il 5 maggio 1936, non significò la fine della guerra a Negus. Finita la guerra, in Etiopia, per gli italiani iniziò una guerriglia che dal 1936 al 1941 procurò oltre 7000 morti e migliaia di feriti, contro i 700 della guerra stessa. Una situazione simile si sta svolgendo sotto i nostri occhi in questi giorni ed anche oggi, come allora, gli autieri sono i più esposti alla guerriglia, ai colpi di mano, alle imboscate.
La mancanza di controllo del territorio costò la vita a tantissimi autieri costretti a percorre strade insicure e adatte ad ogni tipo di imboscata. L’Impero, e l’A.O.I, è indifendibile per mancanza di collegamento con la madre patria. L’epilogo, eroico si ha nel maggio del 1941 con la resa del Duca di Aosta sull’Amba Alagi.

In Libia, nel settembre del 1940 si lancia la offensiva contro Sidi El Barrani. E’ l’inizio delle offensive e delle controffensive in Africa Settentrionale, in cui rifulse tutto il valore degli autieri. Nel deserto la vera forza operativa erano le ruote per arrivare al combattimento e poi il cingolo per risolverlo a proprio favore. E gli autieri furono sempre i protagonisti, riuscendo a trarre il massimo profitto dai mezzi in dotazione, mezzi che, seppure scarsi, in mano di uomini decisi spesso suscitarono l’ammirazione dello stesso nemico.
La battaglia di El Alamein segnò l’inizio dell’ultima ritirata, conclusasi in Tunisia ove nel maggio, con la rese delle truppe al comando del gen. Messe terminò la nostra avventura africana. Una avventura che vide gli autieri sempre protagonisti. Sintesi di questa partecipazione una fotografia conservata all’Ufficio Storico dello SME: si vede una colonna di autocarri, carichi di preziosi rifornimenti. La didascalia recita: “autocolonna che è partita e non è mai più ritornata”. Questa foto con la didascalia è stata recentemente pubblicata a corredo della storia degli Autieri in Africa. Vi si aggiunge alla didascalia: “A quale episodio si riferisce? Di quante altre autocolonne si può dare della stessa definizione? “ Ecco la sintesi in queste didascalie del sacrificio, della dedizione degli Autieri in Africa.
Altro fronte che non si può dimenticare, la Russia. Non solo per la tragica ritirata, ma per tutto quello che si è svolto prima dal luglio 1941 al novembre 1943. Sono le immense distese della pianura russa che videro l’impegno degli Autieri, che sono costretti all’utilizzo di materiale vario, spesso di requisizione, speditivi: nonostante tutto il compito fu assolto. Poi l’offensiva invernale nemica travolse tutto e tutti e rimase solo il ricordo e le polemiche di quella tragedia, polemiche incentrate sul fatto che in quelle immense distese non si poteva andare con i normali criteri, ma con una componente motorizzata di altissimo spessore. Omaggio indiretto agli Autieri ed alla loro funzione.
Con la guerra portata sul suolo metropolitano, la campagna in Sicilia, la caduta del governo Mussolini, l’armistizio in quella tragica e rovente estate del 1943, arriva anche per gli Autieri il momento delle scelte: che cosa fare all’indomani dell’armistizio: è l’inizio della guerra di liberazione.
Guerra, quella di liberazione, in cui gli italiani, tutti, lottarono per un futuro migliore, che si può articolare in cinque fronti: quello del sud, con il pronto riscatto di Montelungo poi il C.I.L. ed i Gruppi di Combattimento, quello del nord con il fronte delle formazioni partigiane, quello dell’internamento in Germania, ovvero la resistenza del reticolato con oltre 600.000 militari italiani internati, quello delle unità italiane all’estero, in Albania, in Grecia, in Jugoslavia in cui i soldati italiani si unirono alla formazioni locali di resistenza, e per tutti basta ricordare Cefalonia, ed infine quello, sempre dimenticato, della prigionia di guerra in cui i nostri soldati, divenuti cooperatori, contribuirono allo sforzo bellico contro la coalizione hitleriana.
Tutti fronti che sono componenti della guerra di liberazione e che rappresentano la matrice della nostra repubblica, in cui furono sempre presenti, in posizione di rilievo, gli Autieri.

Un episodio fra gli innumerevoli che si possano citare. Albania 1943. All’indomani dell’Armistizio , il 104° Autoreparto di stanza a Durazzo dovette decidere: o eseguire gli ordini di portarsi a Bitolj per successiva destinazione ovvero l’internamento in Germania, oppure prendere una decisione difficile: salire in montagna ed unirsi ai partigiani e iniziare a combattere i tedeschi, con tutto quello che significava. Il comandante del 104° Autoreparto, ten. Col. Mosconi decise di salire in montagna ed unirsi al Comando Italiano Truppe alla Montagna, al comando del gen. Azzi, ove erano già il ten. col. Zignani, il col. Raucci ed altri ufficiali.
Un episodio che raccontato oggi può anche sembrare banale, ma che dimostra che al momento delle scelte gli Autieri seppero trovare quella strada, la più difficile, che portò, dopo sacrifici, rinunce e lotte alla libertà, di cui noi oggi, loro eredi, ne godiamo ampiamente.

Il dopoguerra è sotto i nostri occhi: l’impegno nelle calamità naturali: l’Alluvione del Polesine, il disastro del Vajont, l’alluvione di Firenze del 1966, in cui la Caserma Perrotti divenne il centro di tutte le attività per il soccorso agli alluvionati, il terremoto del Friuli del 1976, il Terremoto dell’Irpinia, la diga di Tesero, la Valtellina. Tutte calamità naturali che videro gli autieri presenti.
Come presenti sono nelle missioni di pace: Libano, Somalia, Mozambico, Bosnia, Albania, Kosovo, ed ora Irak ed Asfganistan. Ormai la spina dorsale, non solo logistica, di queste missioni è data dagli autieri, che la recente trasformazione ordinativa ha elevato a rango di Arma combattente.
Gli ordinamenti, dal treno di provianda all’autocolonna, al reggimento trasporti e di manovra cambiano, ma lo spirito dell’Autiere resta, come fattore determinate del raggiungimento del successo.

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