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Il Corpo Italiano di Liberazione ed Ancona. Il tempo delle oche verdi e del lardo rosso. 1944

Il Corpo Italiano di Liberazione ed Ancona. Il tempo delle oche verdi e del lardo rosso. 1944
Società Editrice Nuova Cultura, Roma 2014, 350 pagine euro 25. Per ordini: ordini@nuovacultora.it. Per informazioni:cervinocause@libero.it oppure cliccare sulla foto

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martedì 9 dicembre 2008

GUERRA E PACE NEL XXI SECOLO

Antonio Pelliccia

Ancora una volta è soffiato impetuoso il vento di guerra che ha indotto filosofi, scienziati, psicologi e teologi a interrogarsi nuovamente sull’origine di questo fenomeno sociale che B. Croce definì una febbre che periodicamente scorre nelle vene degli uomini, inducendoli a lottare per sopraffarsi l’un l’altro e per uccidersi.[1]
Tra i maggiori, James Hillman sostiene che la guerra è una sfida per la psicologia, forse la prima delle sfide a cui la psicologia deve rispondere. Nel suo libro si era posto lo scopo di “scoprire i miti, la filosofia e la teologia della psiche profonda della guerra”..[2]Ma la sua sconsolante conclusione è stata che “la guerra appartiene alla nostra anima come verità archetipica del cosmo. E’ un’opera umana e un orrore inumano e un amore che nessun altro amore è riuscito a vincere. Possiamo aprire gli occhi su questa terribile verità e, prendendone coscienza, dedicare tutta la nostra appassionata intensità a minare la messa in moto della guerra…” [3]
Venticinque anni fa anch’io mi dedicai allo studio dell’essenza della guerra, perché ero convinto che esso fosse fondamentale e necessario per la ricerca dei nuovi orientamenti dottrinali[4]che volevo
intraprendere. Un’indagine provocata principalmente dall’osservazione che la lotta nell’aria, dal punto di vista teorico, aveva incontrato formidabili ostacoli al suo sviluppo: non ultimo l’incapacità della dottrina di guerra aerea di adeguarsi con la stessa rapidità alla vertiginosa evoluzione dell’aviazione militare.
Nell’accingermi a questo interessante e difficile lavoro, non trascurai le molte cause, individuate da Gaston Bouthoul,[5]che s’oppongono all’inda
gine scientifica del fenomeno bellico. Ne cito le due più importanti: la pseudo evidenza della guerra, dovuta al fatto che tutti presumiamo di conoscerla e l’illusionismo giuridico, vale a dire l’illusione che Diritto Internazionale, Trattati e Convenzioni possano evitarla.
Le principali teorie che esaminai non m’illuminarono molto sulla sua essenza anzi, la contraddittorietà e l’esasperazione della tecnica impiegata dagli “strateghi scientifici” nei loro ragionamenti, scrissi, mi sembrarono dispute tra professori di logica. Convinti d’aver sostituito gli strateghi militari e di possedere conoscenze e rigore
intellettuale che questi non avrebbero, gli analisti civili avevano
finito, infatti, per combattersi a vicenda per la supremazia della logica classica o di quella matematica.
La mia indagine mi fece concludere che la risposta alla domanda sulla natura del fenomeno bellico andasse ricercata nella moderna interpretazione del pensiero filosofico di Clausewitz. Tale, infatti, lo considerò Benedetto Croce il quale scrisse che “Solo la unilaterale e povera cultura degli ordinari studiosi di filosofia, il loro inintelligente specialismo, per così dire, del costume loro li tengono indifferenti e lontani da libri come questo del Clausewitz, che essi stimano di argomento a loro estraneo e inferiore, laddove in effetto contengono indagini che entrano, e in modo assai concreto, nel vivo di taluni problemi filosofici…”[6]In particolare, dopo un approfondito studio della sua filosofia della guerra, e in seguito a lunga meditazione sulle ragioni che l’avevano indotto a enunciare la nota concezione dualistica del fenomeno, mi convinsi che la risposta era proprio nella risoluzione di quel dualismo: guerra assoluta e guerra reale. Cosa che feci ispirato dalle seguenti parole dello stesso Clausewitz: “Se la guerra fosse una manifestazione completa, indisturbata, assoluta di forza,quale dovremmo dedurla dalla pura astrazione allora, dall’istante in cui la politica le ha dato vita, si sostituirebbe a essa come qualcosa di assolutamente indipendente, l’eliminerebbe, seguendo soltanto le proprie intrinseche leggi, come l’esplosione d’una mina non più suscettibile d’essere guidata dopo che è stato appiccato il fuoco alla miccia”.[7]Queste parole, la differenza che Croce fa tra “violenza” e “forza”(l’una “distruggitrice” e l’altra “costruttrice”) e altre considerazioni mi fecero pervenire alla conclusione che la guerra assoluta è un fenomeno prettamente teorico che, con l’attuale elevato grado di civiltà dei popoli, difficilmente accadrà (con la riserva posta dallo stesso Clausewitz della sempre possibile ascesa agli estremi indipendentemente dalla volontà umana). Posso perciò sostenere che è possibile prendere in considerazione la dissociazione della violenza dal fatto empirico della guerra e considerarla unica logica che consenta l’applicazione della razionalità clausewitziana e che contenga gli elementi etici che permettono il controllo di un eventuale conflitto armato. Quello, soprattutto, che il danno al nemico deve trovare il limite logico e morale “nell’esclusione di quel danno che colpisce ciò che è sacro del pari per il nostro nemico e per noi, ciò che, perdendosi, diminuisce lui e noi, e anzi noi più di lui, quando della perdita siamo stati gli autori e su noi ne prendiamo l’odio e l’onta”.[8] Al riguardo Luigi Russo sostiene, similmente, che la lotta deve svolgersi entro i limiti del contenuto etico di cui un popolo è capace e di cui una nazione s’investe, per la sua educazione, civiltà e potenza. Se si varcano quei limiti si viola anche il momento dell’utilità politica della lotta. Non solo, ma accade che “i trionfi valgono sconfitte quando il loro frutto consiste in lamenti e nello sconfinato odio del mondo”.[9] Questi concetti sono validi soprattutto oggi che il progresso delle armi e dei mezzi bellici, nonostante la loro maggiore letalità, consente di tornare alla guerra tra forze armate e non tra nazioni senza limiti alla violenza, com’era stato teorizzato da Giulio Douhet e da Erich Ludendorff[10]e com’è avvenuto nella seconda guerra mondiale e, prima ancora, in quella d’Etiopia e di Spagna.




Russo considera la guerra un fenomeno intrinseco alla realtà umana, una categoria metafisica per cui tutta la vita è lotta, come lotta perenne con se stesso è la vita dell’individuo. Fuori della lotta, secondo lui, non c’è che l’eraclitea putredine, la dissoluzione, la morte. La rinunzia pseudo-cristiana a lottare, nella vita individuale, si risolve nell’inerzia e nella morte morale dell’individuo che è peggiore di quella fisica. Per le nazioni si risolve nel suicidio spirituale che può portarle a diventare pura espressione geografica. [11] Alla concezione crociana si aggiunge quella di Sigmund Freud: “la guerra è dovuta alle inesorabili tendenze distruttive che ciascuno di noi si porta dietro dalla nascita…alle pulsioni di morte,[12].” Il famoso psicoanalista espose questa tesi anche in una lettera in risposta a quella che Albert Einstein gli aveva inviato nel 1931 e nella quale gli aveva chiesto se ci fosse un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra. Nello stesso tempo lo scienziato, di fronte“all’amara costatazione dell’inestirpabilità dei loro istinti aggressivi”, aveva suggerito una soluzione organizzativa di tipo coercitivo come, per esempio, l’istituzione di un organismo politico soprannazionale delegato a risolvere i conflitti tra gli Stati.[13] Freud riconobbe che questa soluzione potesse essere capace di prevenire le guerre a patto, però, che quell’organismo, a differenza della Società delle Nazioni, fosse dotato di una propria e adeguata forza militare capace d’imporre le proprie decisioni. Del pari convenne con Einstein che non “c’è speranza di poter sopprimere le tendenze aggressive degli uomini”[14]e concluse con una nota ottimistica, con la speranza “utopistica” che un atteggiamento più civile e il giustificato timore degli effetti catastrofici di un altro conflitto armato avrebbero posto fine alle guerre nel futuro. Le guerre degli anni Trenta-Quaranta dimostrarono che quella speranza era stata effettivamente utopistica.
Su queste teorie s’innesta il pacifismo che, secondo Russo, nel XIX Secolo si è gonfiato ambiziosamente a religione, a nuova filosofia dei popoli e si è acuito in seguito alle guerre. E’ una pretesa che, aggiunge, oltre a far diventare il pacifismo falso e assurdo, lo deforma quando pretende di eliminare la categoria metafisica della guerra.[15]E’ velleitario quando si appella alla natura pacifica dell’uomo che, come abbiamo visto prima, pacifico non è; è falso quando è mosso da fini politici.
Un noto giornalista, recentemente, ha scritto che “la pace è il difficile equilibrio fra divergenti e antagonistiche idee di convivenza e di sicurezza”,[16]presenti nelle relazioni internazionali. La guerra, perciò, sarebbe provocata dalla rottura di quell’equilibrio e sarebbe un modo unilaterale e violento di realizzarne un altro. Secondo lui la diplomazia dovrebbe essere lo strumento di pacifica composizione delle controversie internazionali.
Per “fortuna” lo sviluppo delle armi e la paura per gli effetti calamitosi di una guerra nucleare hanno reso ancor più irrazionale il ricorso alla forza e hanno provocato il ripudio della guerra sancito dalla Carta delle Nazioni Unite, sottoscritto da quasi tutte le nazioni. Proposito che, purtroppo, non è stato rispettato in molte occasioni in varie parti del mondo, convalidando così le tesi pessimistiche di Freud e di Croce. Oggi s’odono gli stessi discorsi e i medesimi appelli per la pace del passato. Giovanni Paolo II ricordò che la Carta dell’ONU ripudia la guerra come strumento della politica e tuttavia Egli l’ammise “come estrema possibilità e nel rispetto di ben rigorose condizioni…”[17]
Secondo Primavera Fisogni [18]quello dell’appello al dialogo è uno strano fenomeno: “Più si esorta al confronto, più ci si rende conto della difficoltà di tradurre quell’enunciato denso di aspettative e promesse in un evento che possa davvero favorire il confronto sociale, da un lato, e contenere i conflitti dall’altro, ponendosi come atto politico autenticamente efficace.”[19]
In vista della estrema possibilità ammessa dal Papa, le forze armate delle nazioni occidentali stanno adeguando le loro dottrine ai nuovi scenari di guerra e ai nuovi, sempre più sofisticati e potenti sistemi d’arma. La meccanizzazione, l’automazione e lo sviluppo dei mezzi aerei e spaziali hanno, tra l’altro, impresso alla guerra un dinamismo e una continuità operativa impensabile fino a qualche anno fa. Non vi sono più le pause forzate dovute all’oscurità, alle condizioni atmosferiche, all’esaurimento delle scorte di materiali essenziali che hanno caratterizzato i conflitti militari del passato. Il radar, i sistemi di visione notturna, i satelliti, gli elaboratori elettronici e il trasporto aereo le hanno eliminate e hanno inaugurato una vera e propria guerra tecnologica. Nello stesso tempo
consentiranno di colpire con estrema precisione obiettivi militari e di porre così limiti alla violenza. Le abbiamo ricordate queste novità appunto perché hanno fatto cadere anche le ragioni tecniche con le quali nel passato si giustificava l’impossibilità di distinguere i combattenti dai non combattenti.
Centocinquanta anni fa, l’ho ricordato più volte nel passato,[20]Giuseppe Collina preconizzò che l’Aeronautica sarebbe stata lo strumento idoneo per una nuova organizzazione sociale che avrebbe prodotto un’epoca di pace, di libertà, di dignità e di grandezza universale per tutta l’umanità. Secondo lui essa porterà alla riduzione degli eserciti e delle flotte, perché sarà una forza che dall’alto dominerà tutte le altre e sarà l’espressione della potenza militare di una nazione e il fattore principale di dissuasione degli Stati con mire aggressive. Nello stesso tempo sarà la dimostrazione della volontà di pace di una nazione e dei suoi propositi di difesa, perché uno Stato che non ha mire aggressive evita di munirsi di poderosi eserciti che sono gli unici idonei alla conquista territoriale. Infine l’Aeronautica “esterminerà dal mondo quel portento infernale chiamato guerra”.[21] Collina previde il gigantesco processo di sviluppo dell’uomo di pari passo o a causa di quello della scienza e della tecnologia e predisse che esso avrebbe determinato la realizzazione del vecchio sogno dell’Europa Unita e dell’unione poi di tutti i popoli sotto un unico governo che, solo, garantirebbe la pace.
La prima previsione si è avverata, anche se non ancora compiutamente; la seconda temiamo sia un’altra speranza utopistica.
[1] B. Croce, Ultimi Saggi, Laterza 1963
[2] J. Hillman, Un terribile amore per la guerra, Adelphi 2004
[3] Ibidem
[4] A.Pelliccia, Il Dominio dello Spazio, Ateneo & Bizzarri, Roma 1979
[5] G. Bouthoul, Le Guerre, Longanesi 1961
[6] B. Croce, Op. Cit.
[7] C. Clausewitz von, Della Guerra, Oscar Mondadori, 1978
[8] B. Croce, La Storia come pensiero e come azione, Laterza 1934, pag. 242
[9] L. Russo, Vita e disciplina militare, Le Monnier, Firenze 1934, pag.11
[10] G. Douhet, Il Dominio dell’Aria, SGA, Firenze 1935, E. Ludendorff, La Guerra Totale, Monaco 1936
[11] Idem, pag. 12
[12] S. Freud, Perché la Guerra? Bollati Boringheri, Torino 2001
[13] Idem, pag. 13
[14] Idem, pag.76
[15] L. Russo, op. Cit. pag. 12
[16] P. Ostellino, “Le vie della pace(senza pacifisti)”, Corriere della Sera 15/2/03
[17] Discorso al Corpo Diplomatico del 13/01/03
[18] P.Fisogni, Incontro al dialogo, Franco Angeli, 2006
[19] Ibidem. L’autrice fa rifeimento al progetto dell’ONU “Dialogue among civilisation” promosso dal Segretario Generale Kofi Annan
[20] A. Pelliccia, “Un patriota milanese precursore del potere aereo”, Rivista Aeronautica N° 10/ 1973
[21] G. Collina, La Laostenia, Firenze 1858

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