Quaderni

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Il Corpo Italiano di Liberazione ed Ancona. Il tempo delle oche verdi e del lardo rosso. 1944

Il Corpo Italiano di Liberazione ed Ancona. Il tempo delle oche verdi e del lardo rosso. 1944
Società Editrice Nuova Cultura, Roma 2014, 350 pagine euro 25. Per ordini: ordini@nuovacultora.it. Per informazioni:cervinocause@libero.it oppure cliccare sulla foto

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giovedì 12 marzo 2009

La crisi armistiziale italia del settembre 1943

UNA DISFATTA MORALE
Filippo Stefani

L'8 settembre fu prima di tutto una disfatta morale. Il tessuto con­nettivo spi rituale e morale, faticosamente costruito dal 1848 in poì, subì una lacerazione ampia e profonda, di difficile e lunga rimargi­nazione, le cui cicatrici sono ancora visibili. Il disorientamento fu gra­vissimo e generale. Molti mali morali dei quali l'Italia, a quarant'an­ni dall'evento, continua a soffrire ebbero origine da quella catastro­fe. Il marasma spirituale e morale non fu minore di quello politico e militare. Entrò in crisi la stessa coscienza unitaria della nazione, messa in grave pericolo dalla divisione in due tronconi del territorio nazionale, uno alla mercé degli anglo‑americani, l'altro dei tedeschi. 1 valori tradizionali, per la cui affermazione e difesa si erano battute intere generazioni ed avevano sacrificato la vìta centinaia di migliaia dì soldati, persero, nella coscienza di molti, credibilità ed affidabili­tà. La sedizione di Mussolini e dei fascisti, decisi a continuare la lotta a fianco dei nazisti, provocò la guerra civile. Nuovamente terra di do­minìo degli stranieri, l'Italia sembrò tornare alle forme deteriorì del periodo medioevale. La depressione spirituale e morale incentivò l'ob­nubilamento di molte coscienze, indusse a scelte opportunistiche e di comodo, favorì la fuga dalle responsabilità.
Nel vuoto spirituale morale, singoli e gruppi, in buona parte, non seguirono che l'impul­so di interessi contingenti e materiali, ignorando i diritti e le ragioni della Patria, e si ebbe così un processo di dissoluzione che parve inar­restabile, ma che per grazia di Dio non lo fu.
Della disfatta militare abbiamo già trattato, ma ci sembra conve­niente riassumere in un quadro unitario le cause che ne furono l'ori­gine. Di queste la principale non fu la superiorità delle forze tedesche. A tale riguardo occorre precisare che le forze tedesche erano inferio­ri numericamente a quelle italiane: 17 divisioni tedesche contro 24 italiane (delle quali 9 in ricostituzione) nel territorio nazionale, Sar­degna compresa; 20 divisioni tedesche contro 35 italiane nei territori occupati ed in Egeo. Ferma restando la relatività del valore del raf­fronto numerico tra divisioni con coefficienti di potenza e di capacità operativa assai diversi, non si può egualmente parlare di superiorità quantitativa tedesca. In particolare, ad esempio, a Roma le forze te­desche terrestri l'8 settembre erano inferiori di circa un terzo rispet­to a quelle italiane; in Sardegna contro 25 mila tedeschi di tutte le tre forze armate erano presenti 132 mila ufficiali, sottufficiali e sol­dati dell'esercito italiano; in Corsica le forze armate tedesche com­prendevano in tutto meno di 5 mila uomini, mentre quelle italiane (esercito, marina, aeronautica, guardia di finanza, milizia), raggiun­gevano circa le 80 mila unità. Riferita alla qualità dei mezzi blindo­corazzati e dei mezzi meccanici di trasporto, la superiorità dei tede­schi era invece quasi ovunque di un qualche rilievo, ma occorre ag­giungere che, mentre essi si giovarono sempre con grande profitto del­l'elevato grado di mobilità delle loro unità, raramente sentirono il bi­sogno dì fare ricorso a formazioni massive di carri armati e di mezzi blindati, dei quali si servirono essenzialmente per esercitare minac­ce potenziali utilizzando in genere reparti di livello modesto. Più che alla disponibilità di ottimi carri armati, cannoni, pezzi controcarri e contraerei, la superiorità qualitativa dei tedeschi fu espressa dalla loro abilità tattica, dalla loro flessibilità ordinativa e dalla perfezione del­le loro tecniche d'impiego, comprese quelle di carattere psicologico. Altro fattore della superiorità tedesca fu la capacità del personale mi­litare addetto a compiti territoriali, logistici e burocratici a trasfor­marsí rapidamente, al momento del bisogno, in soldati combattenti, professionalmente non meno abili di quelli inquadrati nelle unità di impiego tattico. Niente di simile nella pletora di scritturali, magazzi­nieri, piantoni, attendenti dell'esercito italiano e neppure nei repar­ti di difesa territoriale o di truppe ai depositi, sebbene non siano mancati, da parte di queste ultime, episodi brillanti di resistenza
imperniata su fattori morali più che sostenuta da adeguata perizia pro­fessionale. Oltre che possedere un elevato grado di addestramento, le unità tedesche erano state psicologicamente preparate all'aggressio­ne ed al ricorso alla sorpresa, all'astuzia, all'inganno, alla rapidità del­le azioni. Last but not least, i tedeschi ricorsero in larga misura alla ma­lafede, al ricatto, al tradimento della parola data, al terrore, alla minac­cia ed all'effettuazione di rappresaglie degne di barbari. 1 punti di de­bolezza delle unità italiane, dislocate in patria e nei territori occupa­ti, erano la grande diluizione degli schieramenti ed il disequilibrato frazionamento dei reparti, aggravati in taluni settori dal frammischia­mento con le unità tedesche. Sebbene diverso da unità ad unità, il mo­rale era generalmente basso e l'improvvisa notizia dell'armistizio non giovò al mantenimento dei vincoli disciplinari nei reparti. Nessuno, in definitiva, può contestare che nel pomeriggio dell'8 settembre la situazione strategica e militare italiana fosse difficile, delicata, incerta e minacciata da gravi pericoli ovunque, ma nessuno avrebbe potuto immaginare che entro 72 ore, l'esercito italiano, come tale, sarebbe scomparso da tutti i campi di battaglia, ad eccezione della aliquota della 7 a armata dislocata in Calabria, in Basilicata e nelle Puglie, del­le forze esistenti in Sardegna ed in Corsica e di poche unità che resi­stettero più a lungo nelle isole greche. Senza nessuna grande batta­glia ‑ l'unica ingaggiata venne fatta sospendere, ordinando il rompe­te le righe alle grandi unità dei corpi d'armata di Roma, nella sua fa­se decisiva, quando era ancora prevedibile il successo ‑ 52 divisio­ni 16, ancorché di efficienza e di capacità combattiva ridotte, cessa­rono di esistere dopo che la gran parte dei comandi d'armata e di cor­po d'armata che le inquadravano o si erano autosciolti, od erano stati catturati, o avevano cercato e raggiunto intese con i tedeschi. Spesso fu il disarmo morale dell'alto a provocare quello materiale del basso. Molte, dunque, furono le concause della disfatta militare, ma è fuori della obiettività storica chi non vi inserisce la pronta disponibilità di molti comandanti e stati maggiori di livello elevato alla trattativa con i tedeschi. Può non essere priva di fondamento la tesi che, dalle pre­cedenti direttive delle autorità militari centrali, molti comandi peri­ferici elevati possano avere dedotto che l'armistizio fosse stato con­cordato con gli stessi tedeschi. Come spiegare diversamente, si chie­sero molti comandanti, che per 45 giorni si era tollerato l'ininterrot­to afflusso di forze germaniche nella penisola e nei territori occupati e che a queste era stato consentito di assumere lo schieramento più idoneo e vantaggioso per incapsulare, intrappolare e paralizzare al momento voluto le unità italiane, e di farla da padrone sulle vie di

comunicazione e sui centri nodali dei trasporti? E che cosa dire del­l'ambiguità di tutte le direttive ricevute dai comandi di grande unità dal 10 agosto in poi e dello stesso proclama del maresciallo Badoglio? Le responsabilità dei vertici ‑ lo abbiamo chiaramente sottolineato ‑ furono enormi, ma molte rinunzie aprioristiche alla lotta da parte di alti comandi periferici sulla base di valutazioni precipitose, agita­te, di comodo, o sulla base di presunzioni infondate e comunque di per sé prive di riscontro obiettivo, o volute giustificare con la neces­sità di evitare massicci bombardamenti aerei sulle città ovvero scon­tri giudicati frettolosamente perduti in partenza, furono fuori della logica operativa e ispirate più dall'istinto dell'autoconservazione che non dall'esame ponderato delle contingenze. Vi furono sbandamenti e abbandoni da parte di singoli e di interi reparti; non vi furono am­mutinamenti e diserzioni in massa. L'ordine di cessare il fuoco, di con­segnare le armi, di rompere le righe partì quasi sempre dall'alto. Là dove i comandanti vollero, ripresero subito alla mano le loro unità e repressero rapidamente con opera di persuasione la confusione mora­le, il disordine e le fughe in uniforme o in abiti civili. Attribuire lo sfa­celo al basso tono morale ed alla scarsa volontà dei soldati di conti­nuare a combattere a fronte rovesciata, significa generalizzare i casi particolari. La grandissima maggioranza delle grandi e delle minori unità deposero le armi o perché materialmente sopraffatte o in obbe­dienza agli ordini dei comandi gerarchici superiori. La disponibilità alla lotta contro i tedeschi era molto più elevata di quanto gli alti co­mandi avessero valutato. Anche reparti e soldati della milizia imbrac­ciarono le armi contro i tedeschi. Gli ufficiali, i sottufficiali ed i solda­ti che accettarono di passare dalla parte tedesca furono pochissimi; la grandissima maggioranza rifiutò ogni forma di collaborazione con la Germania preferendo darsi alla montagna e alla guerriglia o lascian­dosi internare nei campi di concentramento in terra straniera. Della disponibilità alla lotta contro i tedeschi dettero prova, a cominciare da Roma, anche semplici cittadini che inviarono propri comitati pres­so i comandi delle grandi unità complesse, o quelli della difesa territo­riale, per chiedere armi al fine di affiancarsi ai soldati. A Roma, a To­rino, a Milano ed altrove i comandi ritennero di non poter aderire alle richieste, rifiutando un concorso che sarebbe stato quanto mai vantag­gioso ai fini morali e quanto mai utile per anticipare i tempi di orga­nizzazione e di entrata in azione della resistenza. Abbiamo ricordato i combattimenti, i fatti d'arme, gli episodi principali nei quali intere divisioni e molte unità di livello subordinato non si ritrassero dalla lotta ed è proprio la lunga serie di tanti nobili e gloriosi sacrifici ‑ che
ebbero protagonisti ufficiali generali, superiori ed inferiori, sottuffi­ciali, graduati e soldati ‑ che illumina la tenebra dell'8 settembre.
Qualora i vertici e molti altri capi fossero stati pronti a dare te­stìmonianze, anche a costo della vita, della loro determìnazìone nel­l'opporsi ai tedeschi, malgrado la drammaticità di molte situazìoni, forse gli eventi avrebbero seguito un corso diverso ‑ basti ricordare la difesa di Roma ‑ e certamente dalla inevitabile sconf itta‑disf atta, non sarebbero derìvati il decadimento generale degli ideali e dei sen­timenti di amore della Patria, la diffidenza contro l'autorità e contro qualsiasi forma di guida disciplinata, il misconoscimento dell'onore, dell'obbedienza, dell'impegno, del dovere, dell'ordine e della discipli­na, il rifiuto dello spirito di sacrificio ‑ prìncipi basilari del soldato ‑ che furono le conseguenze più gravi dell'8 settembre e quelle che produssero la disfatta. Valori più o meno sfacciatamente messi ìn di­sparte, nell'imminenza del pericolo potenziale tedesco, da molti di co­loro che di tali qualità e virtù avrebbero dovuto essere il modello. La causa prima della disfatta fu la penuria di capì competenti e capaci, ricchì di senso del reale, di padronanza di se stessi, di disinteresse personale, di fede nella grandezza del compito, di dignità, di decisio­ne e di tenacia. Ancora peggio fu la mancata celebrazione in tempi posteriori di un processo a tutto lo staff politico e militare. Il silenzio su molte responsabilità venne interpretato come se non vi fosse stata materia per procedere. 1 processi celebratì a caldo a carico di alcuni generali non valsero a focalìzzare le responsabilità a monte. Vi furo­no molti comandanti liberi da ogni colpa, ma ve ne furono altri ‑ che pure in precedenti occasioni avevano reso eminenti servigi alla Pa­tria in pace ed in guerra ‑ che avrebbero dovuto essere chiamati a giustificare il loro comportamento o la loro inerzia. Per molto meno, nel 1849, era stato condannato e fucilato il generale Ramorino 17 sul quale vennero scaricate, non tutte con fondamento, le responsabilità della sconfitta di Novara ed era stato sottoposto a giudizio del Sena­to del regno e degradato per inettitudine l'ammiraglio Pallion conte di Persano 18, battuto a Lissa il 20 luglio del 1866 dalla flotta dell'im­pero asburgico. Non è oggi, a quaranta anni di distanza, che si possa­no aprire istruttorie e celebrare processi, che allora gli stessi alleati impedirono, ma sul piano storico è necessario alzare i veli, ripudiare i falsi pudori, bandire gli eufemismi se si vogliono davvero restaurare tutti i valori che l'8 settembre vennero negletti e misconosciuti impu­nemente. Per coprire le responsabilità dei colpevoli furono enfatizzate la superiorità dei tedeschi, l'eccitazione prodotta dall'improvvisa noti­zia dell'armistizío, la disseminazione e la frammentarietà delle unìtà
e degli schieramenti (che pure esisteva), l'insufficienza del tono mo­rale dei singoli e delle unità e la propensione generale a deporre le armi per fare ritorno alle proprie case. Parametri tutti indubbiamen­te presenti, ma che non bastano a spiegare l'8 settembre, senza dire che alcuni di essi erano l'effetto dell'insipienza e dell'imprevidenza dell'alto, e che tanto meno autorizzano a riversare sulla collettività dei gregari le colpe dei capi. Di queste ultime una delle più gravi fu proprio il non aver colto e l'aver trascurato l'anima dell'esercito, la quale, malgrado tutto, sopravviveva e là dove venne valorizzata dette prove luminose della sua vitalità. Altrimenti non vi sarebbero stati i tanti combattimenti che abbiamo ricordato, il rifiuto corale alla colla­borazione con i tedeschi degli internati militari nei campi di concen­tramento, l'avvio immediato della lotta clandestina armata, la cui or­ganìzzazione militare iniziale fu opera esclusiva, o quasi, di ufficiali, sottufficiali, graduati e soldati delle fone armate, soprattutto dell'eser­cito; la ricomparsa, in prima linea, esattamente due mesi dopo (8 di­cembre), della prima formazione dell'esercito regolare sul costone di monte Lungo. Una configurazione diversa dell'8 settembre è pretestuosa o quanto meno reticente, se non addirittura deliberatamente falsa.

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