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Il Corpo Italiano di Liberazione ed Ancona. Il tempo delle oche verdi e del lardo rosso. 1944

Il Corpo Italiano di Liberazione ed Ancona. Il tempo delle oche verdi e del lardo rosso. 1944
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martedì 3 marzo 2009

A TUTTI I MIEI AMATI COMPAGNI DEL 150° CORSO “MONTELLO”

Antonio Piemontese

Non senza esitazione e timore d’essere frainteso circa le finalità delle presenti righe ed incoraggiato dal suggerimento di alcuni di noi, mi accingo a condividere con tutti voi, amati compagni di Corso, una mia personale esperienza umana e spirituale che credo e spero possa rappresentare per credenti e non, per praticanti e non, uno “spunto di riflessione” in una qualche maniera forse utile sul piano esistenziale di ciascuno.

La esitazione appena confessata non ha certamente origine dalla paura di apparirvi, come dire, un po’ “rincoglionito” o affetto da una sorta di rara patologia che potrebbe definirsi “sclerosi mistico-ascetica”: in verità sono pronto - parafrasando San Pietro - “a rendere ragione della speranza che è in mè”!

La vera origine della mia titubanza risiede nel timore che possiate considerare questi miei pensieri come una sorta di gratuita forma di intromissione e di maldestro tentativo di forzatura del santuario della interiorità di ciascuno, spazio nel quale ogni uomo è libero, per stessa volontà creatrice, di pensare e gestire a suo modo, nel sacrosanto esercizio di quel “libero arbitrio” che, dopo la chiamata dal “non essere” all’”essere”, rappresenta per ogni uomo, senza ombra di bubbio, il più grande dono del suo Creatore: la libertà!

Ciò che mi ha spinto a redigere questo scritto è in realtà, come ho già detto, solo la voglia di rendervi partecipi di una personale esperienza spirituale che è stata per me fonte di infinita ed indescrivibile gioia e che, come tale, esige d’essere condivisa con chi mi è caro.

Vorrete perdonare questa sorta di precisazione preliminare che mi auguro possa contribuire, oltre che a sgombrare il campo da ogni perplessità su questa mia iniziativa, possa nello stesso tempo anche a produrre quella “apertura di cuore” che può essere considerata come la sola chiave di lettura delle presenti righe.

Penso che tutti voi, più o meno ricordiate quel vostro compagno di Corso del III° Plotone della III^ Compagnia che decideste di soprannominare -opportunamente, per lo spirito cameratesco e goliardico che eravamo capaci d’esprimere a quei tempi - “Verzega” ( la cui assonanza con quello che seguiva…. lascio alla vostra memoria).

Uscito dall’Accademia e promosso Sottotente, dopo un periodo di circa sedici anni trascorso in vari Enti e Reparti dell’Esercito, il 1 marzo del 1980 sono stato assegnato al Raggruppamento Unità Difesa, nell’ambito del quale ho prestato ininterrottamente servizio per circa 25 anni, ricoprendo numerosi incarichi di natura operativa.

Il 1 ottobre del 2002, avendo raggiunto i fatidici 40 anni di servizio effettivo (ed i 47 utili a pensione, essendo entrato in Accademia, come forse ricordate, con il grado di Sergente della Marina Militare e con già sei anni di servizio utile a pensione) ed avendo raggiunto in quella Organizzazione il livello di 1° Dirigente (Direttore di Sezione, più o meno corrispondente alle funzioni del grado di Brigadier Generale), sono andato “a domanda” in quiescenza.

Ma vi ho propinato questa “Verzega Story” per cercare di farvi comprendere come nella mia esistenza umana e spirituale (sotto certi aspetti, direi, umanissima essendo stato, spero solo per il passato, un “grosso esportatore e magnate” di “peccato”) la Parola di Dio contenuta nella Sacra Scrittura si è puntualmente verificata ed - in un certo senso - direi letteralmente incarnata nella mia persona!

Nel corso del mio excursus professionale in tale particolare ambito operativo, ho avuto la possibilità di fare molteplici esperienze, soprattutto dal punto di vista umano, alcune delle quali altamente gratificanti ed altre particolarmente “dolorose”, sia sul piano fisico (a seguito di “incidente” di servizio sono stato in coma per 24 ore e sottoposto successivamente ad una serie di interventi chirurgici) , sia su quello interiore, in ordine alle quali sarebbe (diciamo) “sconveniente” trattarne via e-mail.

E’ stato come se, ad un certo punto, inaspettatamente, tutto ciò in cui avevo creduto, tutto ciò in cui avevo posto ogni certezza e sicurezza, tutto ciò per cui avevo lottato, sperato, difeso, conquistato, costruito e considerato granitico e consolidato nella mia esistenza, si fosse rapidamente ed inesorabilmente sgretolato nelle mie mani: è stato come se serrassi solo sabbia che, all’aumentare della stretta alla ricerca di una impossibile consistenza e solidità, aumentava inesorabilmente la rapidità del suo sfuggire tra le dita.

Mi è venuto allora alla mente quel passo del Capitolo 7 del Vangelo di Matteo dove Gesù dice:

“Perciò, chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile ad un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile ad un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande”.

E’ come se avessi ad un tratto compreso con assoluta chiarezza che quel “costruttore stolto” ero proprio io e che quella casa, caduta in rovina grande a causa della pioggia, dello straripare dei fiumi e del soffio dei venti della sofferenza, era niente altro che la mia esistenza, fino a quel momento da me edificata su quei valori che avevo posto a suo fondamento: avevo tragicamente e maldestramente confuso la sabbia con la roccia!

Si è puntualmente realizzata nella mia esistenza quanto recita un passo del Salmo 48:

“L’uomo nella prosperità non comprende: è come gli animali che periscono”

Finchè tutto mi è andato bene e per il verso giusto, lavoro, salute, successo professionale (sono stato il più giovane dirigente del RUD e “Capo Centro” in una ambitissima sede operativa, svolgevo una intensa attività operativa, ecc.) tutto mi sembrava come “dovuto”, a fronte del mio impegno e delle mie presunte capacità personali.

Ma quando queste “certezze umane” hanno inevitabilmente cominciato a vacillare sotto l’incalzare di eventi negativi da me non previsti ( e valutati sul momento vere e proprie “iatture”) …..mi sono accorto di aver fatto un grandissimo pasticcio nel redigere l’ordine delle gerarchie esistenziali sulle quali avevo basato la mia vita: in ordine di priorità, donne, carriera, danaro,
successo, Famiglia e…..poi, molto ….poi,….all’ultimo posto della scala dei valori … quel Padre Eterno sul quale mi istrtuì la buonanima di mia Madre quando ero bambino e che avevo tranquillamente relegato nei ricordi della mia infanzia.

Dieci anni fa, circa, ho cercato di ristabilire ordine in questa scala di valori, ponendo, sull’esperienza delle pregresse e parzialmente già citate situazioni dolorose vissute ed alle quali non mi era stato oggettivamente possibile dare una spiegazione razionale, al primo posto Dio e poi - solo dopo - tutto il resto, ugualmente importate per la vita di un uomo normale ma assolutamente da subordinare al “Datore” di tutto quel “resto” che Gli avevo irresolutamente anteposto.

Ma quanto fin qui descritto non è che l’inizio di quel meraviglioso percorso che l’infinita ed impescutabile misericordia di Dio ha riservato non solo a me, come una sorta di persona “particolarmente amata” e/o “privilegiata”, ma a chiunque si rivolge a Lui con cuore aperto, riconoscendo le proprie miserie ed errori commessi a causa della umana fragilità che ci porta, parafrasando San Paolo, “…a fare ciò che non vorremmo ed a non fare ciò che vorremmo…”

Ma ora arriviamo al dunque della mia esperienza.

Penso che appaiano a tutti abbastanza comprensibili la difficoltà, se non addirittura l’impossibilità, di descrivere a parole sentimenti, sensazioni ed emozioni che si provano nel profondo dell’animo umano e per le quali qualunque espressione risulta fortemente inadeguata e riduttiva.

Quando poi si è chiamati ad argomentare in ordine al mistero della infinita ed insondabile Misericordia di Dio, l’impresa appare del tutto impossibile poiché di gran lunga eccedente la comprensione umana.

Si, perché tutto quanto si riferisce alla mia ordinazione a Diacono Permanente della Chiesa di Gesù Cristo, avvenuta in Roma il 22 novembre dello scorso 2008 per le mani del Vicario del Papa in S.Giovanni in Laterano, Cattedrale di Roma e del Mondo, riguarda proprio il mistero della insondabile Misericordia del Signore.

Diverse persone ,dopo la solenne celebrazione del rito, mi hanno fatto amorevolmente oggetto delle loro “congratulazioni”, quasi con l’intento di riconoscermi una parte di merito in questa vicenda che mi vede, apparentemente ed in un certo senso, come protagonista.

In realtà, l’unico e il vero protagonista è stato indiscutibilmente lo Spirito Santo di Dio, la sola Sua Grazia che, ancora una volta per parafrasare l’Apostolo delle genti “….ha faticato in me…”, in un testone del mio calibro, per farmi comprendere l’autentiticità della “chiamata” del Signore e per farmi ad essa rispondere positivamente, senza opporre particolari resistenze al Suo disegno d’amore da sempre tracciato su di me come su tutti i Suoi figli.

E’ infatti proprio lo Spirito Santo che, nell’intera celebrazione dell’ordinazione, ma in maniera del tutto particolare nella fase della così detta “prostrazione” (quando ci si stende completamente a terra, per capirci) ha operato in me quello che in termini teologici viene propriamente definito il “cambiamento ontologico” che è stato oggetto, nel corso dei miei studi universitari di Teologia, di abbondanti e chiare spiegazioni e che credevo, almeno dal punto di vista razionale, aver correttamente compreso.

Erano invece tutte belle “chiacchiere”: una sua parziale comprensione - ammesso possa essere acquisita , è possibile soltanto a livello esperienziale e di Fede.

Dico, “ammesso” che questo mutamento possa essere compreso, per un duplice ordine di motivi:

· primo, perché si tratta di penetrare la Grazia divina che scaturisce dalla imperscrutabile misericordia di Dio;

· secondo, perché per apprezzare questo cambiamento del proprio essere prodotto dalla Grazia Sacramentale, bisognerebbe avere una necessaria e completa conoscenza del “mistero” di se stessi.

Io so solamente che quel “brocco” di Antonio che si è steso a terra durante la “prostrazione” si è alzato ugualmente “brocco”, ma totalmente ed inspiegabilmente “diverso” nell’intimo: e tale - prego il Signore – di continuare a sentirmi per il resto della mia esistenza.

E’ una sensazione di indescrivibile ed incontenibile gioia che ha pervaso tutto il mio essere, una gioia che è impossibile frenare e contenere e che, nella fattispecie, mi ha ripetutamente e più che visibilmente commosso, facendomi bonariamente “prendere in giro” da tutti.

Ma in realtà non si è trattato di semplice e banale “commozione”, che è propria di un turbamento provocato nell’animo da sentimenti umani che ho - per motivi connessi alla mia pregressa esperienza professionale - imparato perfettamente a controllare , ma di una inconenibile felicità mai prima avvertita nella vita e che è impossibile dissimulare .

In estrema sintesi: è stata per me un’esperienza che mi ha prodotto (e tutt’ora continua a produrmi) come un dolcissimo “stordimento” dovuto al torrente di Grazia che, del tutto immeritatamente, il Signore - per intercessione di Maria Santissima alla quale ho da lungo tempo affidato la mia esistenza e quella di mia moglie e dei mie due figli – ha riversato con sovrabbondanza sulle nostre povere persone.

Dico “nostre” perché questa particolare e personalissima chiamata del Signore non è rivolta soltanto a me, Antonio. Se Egli ha chiamato me, ha inevitabilmente chiamato anche Elena, mia moglie, che non ha rifiutato la insospettata vocazione a sostenermi nel Ministero.

Io solo ho ricevuto “l’Ordine”, ma la grazia che il Sacramento ha prodotto si è riversata in pienezza e totalità in quella mia “una caro” (Antonio-Elena) che si era precedentemente realizzata nel nostro “essere”- nelle nostre persone fisiche e spirituali - con il Sacramento del Matrimonio.

Non v’è dubbio alcuno, quindi, che la nostra unione si è ulteriormente perfezionata, completata , consolidata, al di là delle nostre molte umane debolezze.

Mi sento infine di testimoniare che, in una qualche maniera, si è nella mia vita puntualmente realizzata la “Parola di Dio”, quella abbondante parola di Dio (risparmio le relative citazioni) che afferma : “…laddove ha abbondato il peccato, ha sovrabbondato la Grazia…” e “…Dio ho scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti. Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti…” ed ancora “…non sono venuto per i giusti ma per i peccatori…”, “…ti basta la mia grazia perché nella tua debolezza si manifesti pienamente la mia potenza” e per finire “...nulla è impossibile al Signore…”.

A questo punto penso realisticamente che qualcuno di voi possa ritenere che quanto fin qui riferito e narrato sia qualcosa che, infondo, riguardi soltanto me e che non possa avere nessuna attinenza con il proprio vissuto e con la propria esistenza.

NO, miei amati compagni di Corso!!!

Tutto quanto narratovi, credetemi, è assolutamente vero ed oggettivamente vissuto sulla mia pelle, senza alcuna enfatizzazione e sorta di “delirio mistico”, probabili in un ricoglionito Colonnello sessantaduenne in pensione.

E se tutto questo è stato vero per me, come lo è stato, è vero anche per tutti quelli che confidano nella infinita ed imperscrutabile misericordia di Dio e nella amorevole intercessione della Sua e nostra celeste Madre.

Tutto quanto ho scritto vuole infondo costituire un forte e chiaro segno di speranza e di fiducia per ogni uomo “di buona volontà” che, avendo percorso una considerevole parte della propria esistenza, è necessariamente costretto a confrontarsi con gli ineludibili quattro interrogativi che interpellano chiunque voglia vivere con la dignità di uomo la propria vita: chi sono, da dove vengo, a che punto sono e dove vado.

Vi prego di perdonare la mia prolissità e vi chiedo scusa per avervi annoiato con le mie chiacchiere che sono, lo ripeto ancora, ben lontane dal “predicozzo moralista” che talvolta risuona in qualche omelia domenicale di qualche Prete, ma l’unico strumento a mia disposizione per dimostrarvi quanto mi senta affettivamente legato a ciascuno di voi con cui ho condiviso una meravigliosa ed irripetibile esperienza giovanile fatta di fatiche e dolori ma anche di tante gioie e soddisfazioni.

Un caro abbraccio a tutti.

Vostro Antonio, Diacono e compagno di Corso




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