Quaderni

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Il Corpo Italiano di Liberazione ed Ancona. Il tempo delle oche verdi e del lardo rosso. 1944

Il Corpo Italiano di Liberazione ed Ancona. Il tempo delle oche verdi e del lardo rosso. 1944
Società Editrice Nuova Cultura, Roma 2014, 350 pagine euro 25. Per ordini: ordini@nuovacultora.it. Per informazioni:cervinocause@libero.it oppure cliccare sulla foto

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lunedì 21 maggio 2012

Un contributo di Von Peck

La pietas degli Alpini*

A Leuca, nell’estrema punta meridionale della penisola salentina ha vissuto, nella sua bella casa di fronte al mare Ionio, gli ultimi trent’anni della sua lunga vita, operosa e solidale, un grande Alpino: il conte milanese Paolo Caccia Dominioni di Sillavengo (1896-1992).

Si è spento alla bella età di 96 anni durante i quali molto ha dato, in pace e in guerra, per l’edificazione del genere umano.

Figlio di un conte lombardo che aveva abbracciato la carriera diplomatica, venne presto in contatto con culture diverse, per via dei consueti trasferimenti cui vanno soggette le famiglie dei diplomatici di carriera. Così ebbe modo di conoscere realtà diverse e di attingere alle enormi ricchezze spirituali, nate dalle notevoli differenze culturali allora esistenti nei diversi Paesi, ancora molto lontani dall’essere travolti dall’attuale tsunami della globalizzazione, che tutto tende a uniformare e a distruggere insieme con le ricche specificità antropologiche accumulatesi nei secoli. Infatti, allora si diceva: “il mondo è bello perché è vario”. Negli anni fondamentali della formazione, l’infanzia e l’adolescenza, il figlio del diplomatico soggiornò a lungo e frequentò le scuole nelle varie sedi diplomatiche di Francia, Austria-Ungheria, Tunisia ed Egitto.

Nel Paese delle Piramidi, monumenti che perpetuano la gloria dei Faraoni, anch’egli ha edificato un monumento che perpetua la gloria dei nostri eroici e sfortunati Caduti: il Sacrario di El Alamein a Quota 33. L’opera sua più fulgida, bella ed insigne per gli enormi contenuti umanitari che addita alle generazioni future come concreto esempio di fratellanza fra i popoli.

L’Egitto, con le potenti suggestioni che continua ad esercitare una civiltà tanto antica su ogni animo sensibile e colto, occupa un posto assai rilevante nelle vicende spirituali e professionali del conte.

Era studente d’ingegneria quando fu nominato Sottotenente di complemento del Genio Alpino e inviato sul Carso durante la prima Guerra Mondiale. Finita la guerra riprese gli studi.

Conseguita la laurea in ingegneria ed architettura, sente l’attrazione fatale per l’Egitto, dove si trasferisce nel 1922. Qui si dedicò con passione e bravura alla libera professione che lo portò presto ad essere un architetto di successo, molto richiesto anche negli altri Paesi del Vicino Oriente, dove nell’intervallo fra le due guerre progettò centinaia di opere.

Allo scoppio della seconda Guerra Mondiale fu richiamato in servizio col grado di Maggiore. Nell’epica battaglia di El Alamein (23 ottobre-6 novembre 1942), col grado di Tenente Colonnello, comandava il 31° Battaglione Guastatori Alpini Genio che dovette ripiegare nella disfatta generale, ma sfondò l’accerchiamento e non si arrese mai agli inglesi.

Da grande Soldato quale era ravvisò mancanza di stile nelle memorie scritte dal Feldmaresciallo inglese Montgomery per esaltare e magnificare la sua vittoria sulle forze italo-tedesche. Ebbe la fierezza di indirizzargli, presso il Circolo Ufficiali di Londra, una lettera aperta per rammentargli il non trascurabile fatto che egli fu e restava, insieme con i suoi alpini, uno dei suoi vincitori, poiché gli inglesi le avevano prese di santa ragione dal 31° Battaglione Genio Guastatori Alpini.

Forse, anche per il fatto che Sua Maestà britannica lo aveva nominato visconte di El Alamein, il Feldmaresciallo non sapeva contenersi, perciò si dava arie di “Gran Condottiere”. Il Colonnello alpino Caccia Dominioni trovava fuori luogo quelle rodomontate, a suo dire forse più adatte ad un caporale che ad un generale giunto al massimo degli onori. Con fine eleganza lo fece notare a quel visconte di fresca nomina.

Il nostro, discendente da una Casata molto antica, resa illustre dalle gesta di molti Uomini d’Arme, Alti Prelati, Governatori, Lui, conte e barone, con tredici secoli di nobiltà alle spalle, trovava disdicevole il «forsennato orgoglio» di quell’inglese «sempre bisbetico, autoritario, intollerante e ingiurioso». Inoltre, congetturava che l’alterigia «caricaturale» che ostentava abitualmente, forse era da mettersi in relazione con la «tragedia interna di sapersi fisicamente miserello e rachitico, fatto intollerabile nell’esercito imperiale britannico».

Le parole virgolettate si trovano alle pagine 451-452 del libro ALAMEIN 1933-1962, scritto dal Conte nel 1962 e pubblicato da Longanesi & C. (Me ne volle fare graditissimo dono). Un libro di larghissima fortuna, che ha avuto successive numerose edizioni. E’ stato anche «Premio Bancarella», forse perché il vero protagonista del libro è un insolito Battaglione di Alpini che operò in Egitto fino al 1962, ancora vent’anni dopo l’epica battaglia di El Alamein.

Passato il turbine della guerra, sempre sotto la stessa bandiera, quel battaglione eccezionale s’era ridotto, ormai, a due rari Cavalieri dell’Ideale, il Comandante Caccia Dominioni e l’Alpino milanese di Porta Ticinese Renato Chiodini, decorato di Medaglia d’Argento al V.M. sul campo. Questi, a guerra finita, con umanità, coraggio e generosità, volle raggiungere il suo comandante nel gran deserto libico, per “dargli una mano” ancora una volta. Così usano gli Alpini.

In uniforme e col cappello alpino in testa, per onorare i morti, giravano nel deserto della Marmarica e nella depressione di Qattara brulicanti di vipere e scorpioni. Correndo molti rischi fra bombe e molte decine di migliaia di mine inesplose, andarono alla ricerca dei Caduti per dare Loro onorata sepoltura.

Quella che culminò ad El Alamein fu forse l’ultima campagna di guerra combattuta nell’alveo di antichi costumi cavallereschi, quindi senza odio da ambo le parti; ma le perdite in vite umane furono ugualmente spaventose. Dopo quella battaglia sanguinosa, in cui solo le perdite italiane furono di quasi 15.ooo morti, i Governi dei Paesi belligeranti poco avevano fatto per recuperarne le salme. Ci pensarono loro due. Nella solitudine del deserto, dove gli anacoreti si ritiravano per essere più vicini a Dio, spesero oltre dodici anni delle loro belle vite generose, in quell’opera di misericordia spirituale, portata avanti con grande umanità e religiosa pietà.

Avevo appena compiuto quarant’anni nel 1984, quando ebbi la fortuna di incontrare il Conte per la prima volta. Allora ignoravo completamente le sue gesta. Rimasi subito conquistato dalla signorile modestia di quel gentile vegliardo di 88 anni. Semplice, signore, Alpino e fiero di esserlo, mi accolse con garbo e affabilità paterna nella sua casa di Leuca, divenuta il suo “buen retiro”.

Al momento del commiato, m’invitò a tornare in visita e di portare anche la mia famiglia, poiché desiderava conoscerla.

In una delle visite successive mi mise in mano il registro dei visitatori illustri della sua Casa, chiedendomi di apporvi anche la mia firma. Non mi aspettavo tanta considerazione e la cosa mi confuse un po’. Cercai di schermirmi, ma il Conte insistette.

Per superare quel momento di comprensibile imbarazzo da parte mia, mi misi a sfogliare quel registro. Rimasi molto colpito nel leggere le firme, accompagnate spesso anche da frasi laudative e di commosso ringraziamento, di persone che erano venute apposta a Leuca partendo dalle lontane Australia, Nuova Zelanda, oppure dal Sud Africa, per conoscerlo e ringraziarlo personalmente per le singolari manifestazioni di cortesia e di umanità ricevute.

Era accaduto che il Conte, svolgendo pazienti e difficili ricerche, spesso partendo da un anello nobiliare del caduto, grazie alle sue enormi conoscenze dell’araldica, li aveva rintracciati per dar notizie dei loro congiunti, quando gli era capitato di rinvenire anche i resti mortali degli ex nemici.

Sono fermamente convinto che certi atti disinteressati si fanno solo quando s’è raggiunto un sublime livello spirituale e un raro senso umanitario. Non certo per dovere d’ufficio.

Ad ogni visita s’accresceva la mia ammirazione per quel Gentiluomo, tanto “grande” e tanto semplice nello stesso tempo. Sarà stata la purificazione nel deserto, oppure perchè la sua bella anima aveva risposto positivamente al «daimónion» che c’è in ciascuno di noi. Non saprei dire. (Daimónion è parola greca antica che i cristiani traducono con angelo custode).

Una volta di fronte a Lui mi assalì, improvvisamente, una strana sensazione che non ho conosciuto mai, né prima né dopo.

Ero in visita insieme con mia moglie e le due prime figlie, bimbette. Ebbi quasi l’impressione di trovarmi in presenza di una persona consacrata a una religione universale, quella che fa crescere gli uomini dentro il loro animo e porta al pieno sviluppo della persona umana. Mi venne spontaneo chiedergli di benedire le bambine, come se fosse stato un sacerdote. Mi guardò e capì.

Poggiò la mano sinistra sul capo di Letizia, mentre con la destra tracciava nell’aria un segno di croce recitando sommessamente una giaculatoria. La stessa cosa fece poi con Barbara.

La memoria del suo spirito, che aleggia ancora sul Capo di Leuca che tanto amò, possa continuare a benedire così tutti i giovani salentini. Sono passati, ormai, tanti anni e il ricordo dei suoi doni spirituali mi commuove ancora. Gli giunga riconoscente il mio commosso ringraziamento nel Paradiso degli Alpini.

Alpino Salvatore Pecoraro (alias von Peck)

*Questo articolo è il contributo dell'Autore al convegno "Soldati Salentini: La memoria storica dell'impegno". Avendo la Segretaria Generale della Associazione Nazionali Combattetti ridotto da 6 a 4 i numeri della Rivista "Il Secondo Risorgimento d'Italia" il n.  5 doveva contenere gli atti del Convegno predetto. Ci si è costretti a pubblicare i contributi sul blog della Rivista.

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