Quaderni

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Il Corpo Italiano di Liberazione ed Ancona. Il tempo delle oche verdi e del lardo rosso. 1944

Il Corpo Italiano di Liberazione ed Ancona. Il tempo delle oche verdi e del lardo rosso. 1944
Società Editrice Nuova Cultura, Roma 2014, 350 pagine euro 25. Per ordini: ordini@nuovacultora.it. Per informazioni:cervinocause@libero.it oppure cliccare sulla foto

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lunedì 16 marzo 2015

Progetto Storia in Laboratorio. Istituto Carlo e Nello Rosselli. Materiali

Introduzione
(Cenni sul personale impiegato e sulla guerra di trincea)
Aprilia, 18 febbraio 2015
(Gen.D. Dott. Gianfranco Gasperini)


Il mio compito, stamane, è quello di gestire gli interventi degli amici relatori e le eventuali vostre domande di chiarimento o approfondimento che alla fine della mattinata vorrete porre.
Prima desidero chiarire quale sarà l’oggetto della mia breve introduzione: l’uomo soldato della grande guerra e la trincea; infatti questi due elementi hanno caratterizzato in modo imponente  questo terribile primo conflitto mondiale il cui inizio -da parte italiana- celebriamo quest’anno. Altri fenomeni quali gli aspetti tecnologici innovativi delle armi utilizzate, l’uso indiscriminato dei gas, l’uso intenso del nuovo mezzo aereo, l’impiego massiccio delle donne nell’industria, quella bellica in particolare, eccetera, furono anch’essi notevoli, ma non come i due che ho scelto.

1.IL PERSONALE

Durante l'intero corso della guerra il traguardo dell'armonizzazione della quantità con la qualità fu uno dei principali problemi degli Stati Maggiori di tutti i belligeranti. Il problema dei quadri ufficiali e sottufficiali fu assillante. L'esercito italiano, procedette rapidamente all’incremento della truppa (last. 3) e in seguito a provvedimenti di ogni genere, dei quali fondamentale quello dell'istituzione di corsi accelerati integrati da concorsi tra ufficiali di complemento e da promozioni di sottufficiali, entrò in campagna(last 4,5) con 45000 ufficiali, dei quali 26000 in servizio attivo, sufficienti a mobilitare tutte le unità di arma combattente con la quantità dì ufficiali previsti, tranne l'artiglieria.
La loro provenienza sociale era molto varia, quelli usciti dalle Accademie di Modena e Torino provenivano, in gran parte dalla piccola nobiltà terriera e dalla borghesia, quelli di complemento (che avrebbero arricchito i quadri inferiori durante la guerra), appartenevano alla piccola borghesia impiegatizia cittadina e rurale.
Gli ufficiali a ruolo, all’inizio del conflitto, come si è visto, erano 45.000; questi però erano diversi per origine, provenienza, cultura e pratica del servizio; in compenso, tutti erano animati da un alto spirito del dovere che essi dimostrarono con quegli atti di sublime sacrificio che caratterizzarono le nostre battaglie e che tanti vuoti provocarono tra le file di questi magnifici giovani e dei loro soldati. I dati relativi a tali ingentissime perdite appaiono dalle successive (last. 6, 7, 8).
I nuovi comandanti (last. 9) venivano tratti in gran parte dai giovani soggetti ad obblighi di leva con titolo di studio superiore e dai sottufficiali più esperti con o senza titoli speciali di studio; si dava loro una istruzione professionale sommaria in corsi accelerati di qualche mese presso l’Accademia di Modena, o in zona di guerra e dopo un breve periodo di servizio alle truppe con il grado di aspirante si nominavano ufficiali .[1] A causa delle perdite, derivanti dalla furia della guerra, la fabbrica artigianale dei quadri continuò a sfornare per tutta la durata della guerra ufficiali che giunsero in tempi brevissimi al comando delle compagnie e addirittura dei battaglioni.
Il fabbisogno di personale qualificato non riguardò solo i quadri ufficiali, ma anche i sottufficiali e la truppa e crebbe, in proporzione geometrica in relazione all'aumento delle unità e all'introduzione di nuovi mezzi e di nuove tecniche.
Ciò che esasperò il problema della qualità, più che quella di nuovi corpi o specialità di arma, fu la creazione in tutte le armi di personale specializzato nell'impiego dei nuovi mezzi tecnici e delle armi nuove. La fanteria, l'artiglieria, il genio e l'aviazione stessa, in seguito all'aumento quantitativo delle dotazioni e dei tipi di materiale da impiegare, dovettero moltiplicare gli incarichi speciali all'interno delle unità preesistenti nei riguardi sia dell'organizzazione degli organi direttivi, sia dei reparti d'impiego.[2]

Testimonianza delle capacità e del valore dimostrato dai nostri soldati sono i dati relativi ai decorati al V.M. (last. 10, 11, 12)

2.LA GUERRA IN TRINCEA (last.13)

Fu la mitragliatrice resa quasi invulnerabile dalla fortificazione potenziata dall'ostacolo, a determinare il carattere particolare della guerra e la prevalenza dell'azione difensiva su quella offensiva. Venne meno la mobilità tattica e la fanteria cercò di riacquistarla mediante l'aumento della sua potenza di fuoco e di urto, intesa non solo come aumento del numero di armi automatiche in dotazione e del loro decentramento ai minimi livelli fra i combattenti. Quella routine giornaliera, quell' abitudine alla morte come evento frequente e quindi accettato come un rischio quasi normale dell' esistenza, faceva, sì, apprezzare come beni eccelsi i piaceri più normali, una buona dormita in un letto, un pasto caldo e ben servito, un abito decente; ma, a differenza di quanto accadeva negli attacchi sanguinosi, non raggiungeva il limite dell' insopportabilità. Ed aveva anche affratellato gli uomini, i soldati di provenienza contadina, con i giovani ufficiali inferiori, figli della modesta borghesia delle città. Il pericolo non aveva acuito l’egoismo personale, aveva anzi sviluppato un cameratismo affettuoso, che impediva di cercare la salvezza propria a scapito della vita degli altri.[3]
Il luogo paradigmatico di questi fenomeni fu principalmente la trincea. Le trincee, (last.14) compatibilmente con la natura del terreno, erano state portate quanto più possibile vicino a quelle dell' avversario: talora la distanza reciproca non superava qualche decina di metri. Reti di filo spinato costituivano la prima difesa contro l’improvvisa irruzione del nemico. Agganciate a paletti infissi nel terreno, esse potevano essere distese, salvo nei giorni nebbiosi, soltanto di notte. Per aprire in essi dei varchi, dopo le cesoie di infame memoria e i tubi di gelatina esplosiva - i soli strumenti disponibili nel 1915 - venivano largamente usate le bombarde, vere artiglierie da trincea, in grado di lanciare a breve distanza e con scarsa precisione enormi bidoni di esplosivo. Quando uno di questi barili scoppiava, erano di solito stragi paurose; ma appunto per mitigare i danni le trincee non erano costruite rettilinee, ma (last. 15) ad angolo o a labirinto.[4].
Qui i nostri fanti mangiavano, bevevano, dormivano e morivano. Camminamenti trasversali, che partivano dalle terze linee, incrociavano le seconde e le prime, per arrivare alle trincee degli avamposti, infelici, che avevano il compito - a chi toccava toccava -di subire il primo assalto di sorpresa. Lungo questi camminamenti, defilati fin dove possibile al tiro nemico, ma per forza di cose scoperti in taluni punti, che diventavano dei trabocchetti obbligatori, in cui si giocava a rimpiattino con la morte, si svolgeva un intenso traffico di rifornimenti verso i reparti più avanzati. Dinnanzi al reticolato e alla trincea, verso il nemico, si stendeva la "terra di nessuno” popolatissima dai morti e dai disertori di entrambe le parti.
Di seguito e concludo, una serie di immagini dei vari tipi di trincee che danno loro un’idea della vita che vi si svolgeva.(last. 16, ecc.)

1 Relazione sulla grande guerra, Pubblicazione Nazionale in occasione del decennale della vittoria, Vallecchi, Firenze, 1929
2 USSME (Filippo Stefani), La storia della dottrina e degli ordinamenti dell’Esercito Italiano,  Roma,1984
[1] www.bibliolab.it, Laboratorio di storia, la 1^ guerra mondiale
[1] USSME, L’Esercito Italiano nella grande guerra, vol. VI, Roma, 1980








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