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Il Corpo Italiano di Liberazione ed Ancona. Il tempo delle oche verdi e del lardo rosso. 1944

Il Corpo Italiano di Liberazione ed Ancona. Il tempo delle oche verdi e del lardo rosso. 1944
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giovedì 24 settembre 2015

Cefalonia: i giorni della tragedia che segnano la nostra memoria


72 anni fa, in questi giorni di settembre si consumava la eroica resistenza della Divsione Acqui, in armi due settimane dopo la proclamazione dell'Armistizio. Il 25 settembre 1943 La Acqui cessa di combattere. La resistenza alle forze tedesche continua e in Albania, da parte della divisione Perugia a Santi Quaranta, che terminerà  il 3 ottobre 1943, mentre a Lero la resistenza terminerà il 21 novembre dello stesso anno. Il ricordo di quei sacrifici è vitale per las memoria della nostra Nazione


Cefalonia

Oggi citare Cefalonia nella pubblica opinione italiana ha un preciso significato: l’eccidio di migliaia di soldati italiani per mano tedesca come rappresaglia e punizione per l’uscita dalla guerra, l’8 settembre 1943 da parte dell’Italiana. Cefalonia ha assunto un valore simbolico, segno di sacrifico e dedizione alla Patria. Questo assunto è dovuto principalmente al Presidente Ciampi che dal 2003 in poi ha voluto riportare al centro della attenzione questo immane sacrifico dei saldati italiani, lui che ha subito, come sottotenente autiere il dramma armistiziale in Grecia.
Ma fino a Ciampi per molti italiani Cefalonia non voleva dire alcunché. Anzi era meglio non parlarne, per non andare fuori del “correttamente politico”, soprattutto nell’ambito della storiografia accademica e non. Gli stessi Reduci non preferivano parlare di questo segmento di storia della Guerra di Liberazione e tutto rimase confinato nella memorialistica e nei ricordi e testimonianze personali.
Come il processo Eichmann nel 1962 è servito per far entrare nella coscienza del mondo e soprattutto europea quello che è stata non solo la Scioah, ma anche lo sterminio del “ diverso” (gli ammalati di mente, i diversamente abili, gli omosessuali, gli oppositori politici, gli zingari, i testimoni di Geova, gli esseri considerati inferiori  come lo erano i prigionieri russi e in genere gli slavi ecc.), così Cefalonia rappresenta per la coscienza italiana il sacrificio del soldato italiano che si innesta in quello relativo all’Internamento in Germania ( Gli IMI) frutto della tragedia armistiziale.
Che cosa è successo a Cefalonia?
Isola Greca , insieme a Corfù, aveva un valore strategico per il controllo del basso Adriatico e il Mediterraneo centrale; era presidiata dalla Divisione di Fanteria da Montagna “Acqui”, che aveva in organico 11.500 uomini d il relativo armamento, al comando del gen. Gandi, assunto nel mese precedente. Il gen. Chiminello, che aveva comandato la “Acqui” dal 1941 era stato inviato a comandare la divisione “Perugia”, stanziata ad Argirocastro in Albania. Entrambi saranno protagonisti della resistenza al tedesco: la “Acqui” si arrenderà il 25 settembre, la “Perugia” il 3 ottobre 1943.
La notizia dell’armistizio coglie impreparati i Comandi italiani e quello della “Acqui” non fa eccezione. Immediatamente fra i soldati si diffonde un sollievo per la fine della guerra e si prospetta la possibilità di un sollecito rimpatrio. Gli elementi tedeschi sull’isola, circa 300, ed i Comandi, insieme alla popolazione greca, scompaiono dalla circolazione in attesa degli eventi. Dal comando della 11 Armata ad Atene giunge l’ordine che, qualora i tedeschi avessero un atteggiamento di non aggressivo gli italiani non penderanno iniziative. E’ l’inizio del dramma: si da tempo ai tedeschi di pensare il da farsi ed organizzarsi. Il gen. Gandin convoca nel suo ufficio gli Ufficiali del suo Comando: le soluzioni, in assenza di ordini sono queste: passare armi e bagagli ai tedeschi, ma questa è una soluzione che presto è accantonata, peraltro condivisa solo da alcuni; iniziare le operazioni contro i tedeschi, cosa del resto facile in quanto il presidio tedesco era di poco conto; questo significava prevedere una reazione tedesca che a lungo andare sarebbe stata difficile da sostenere; rimanere inerti, in attesa degli eventi.
Il giorno 10 i tedeschi presentarono le loro condizioni. La divisione doveva cedere tutte le armi e consegnarsi prigioniera. Vi sono delle garanzie per ufficiali e soldati, ma la sostanza e che i tedeschi vogliono le armi. Il gen. Gandin convoca una riunione degli Ufficiali in comando e la discussione diviene accesa per le diverse tendenze. Non vi è accordo ne sulla ipotesi di arrendersi ne sulle altre.  In questa clima di incertezza vengono anche consultati i Cappellani della divisione, che nella sostanza consigliano il generale, per evitare spargimenti di sangue, di accogliere la richiesta tedesca. Passo tutta la giornata del 12 e alla mattina del 13, quando ormai sembrava ineluttabile la resa, il Cap. Apollonio, nel vedere delle zattere tedesche avvicinarsi per lo sbarco, non esitò ad aprire il fuoco. Orma il dado era tratto. Iniziarono combattimenti intensi tra italiani e tedeschi. La “Acqui” aveva scelto. Dall’Albania oltre 4000 uomini avevano raggiunto Corfù, ed il comandante del presidio, Colonnello Lusignani, resisteva con fierezza.
L’andamento delle operazioni era scontato: i tedeschi, padroni dell’aria, attaccavano anche con l’aviazione ed avevano quasi sempre ragione dei soldati italiani, che ne erano privi. Da notare un fatto estremamente importante: nei primi giorni di combattimento gli Italiani catturano circa 500 soldati tedeschi. Li trattarono come combattenti prigionieri. Organizzarono un campo di concentramento in cui furono poste le insegne naziste per evitare  il cosiddetto “fuoco amico”. Questi tedeschi furono rispettati; quando le parti si invertirono, gli italiani furono massacrati.
Via via che i tedeschi ricevevano rinforzi, procedevano e conquistavano le varie posizioni italiane. Nonostante i dispersi aiuti chiesti all’Italia e soprattutto a Brindisi, ove si era insediato il Comando Supremo Italiano dopo che aveva lasciato Roma, la “Acqui” non ricevette alcun aiuto. La resa, soprattutto per la carenza di aviazione era inevitabile. Questa avvenne alla sera del 22 settembre, quando sull’isola non si udivano più alcun rumore di combattimenti.
Qui iniziò la rappresaglia tedesca. Da Berlino erano stati dati ordini precisi che tutti i soldati italiani che avessero preso le armi entro i tedeschi o che le avessero consegnate ai partigiani dovevano essere fucilati, in base al cosiddetto diritto statario. Questo ordine era accompagnato dalla raccomandazione di dare un esempio, calpestando ogni convenzione in essere. Ed Cefalonia i tedeschi commisero uno dei loro peggiori crimini della seconda Guerra Mondiale. Fucilare soldati prigionieri, per una coscienza di una nazione civile, non è ammissibile. Solo motivazioni di odio e bestialità possono trasformare soldati combattenti come i tedeschi in assassini. Quello che successe a Cefalonia rappresenta una macchia sull’onore del soldato tedesco. Qui i nazisti centrano poco, in quanto è la Whermach che attua questi ordini, che sono gli stessi per tutti i Balcani. Si accorgono di quando sono caduti in basso quando, una settimana dopo, riescono ad avere ragione della divisione “Perugia” il 3 ottobre 1943. Anche qui l’ordine è di fucilare tutti coloro che hanno preso le armi contro i tedeschi. Ma si applica, con la solita metodica ferocia, solo agli ufficiali, che vengono sterminati. Sono oltre 197 gli ufficiali fucilati,
Difficile fare il calcolo delle perdite, anche in presenza di una corrente che minimizzano la ferocia tedesca. A costo si può rispondere che i prigionieri non si fucilano, fra nazioni civili. La presenza dei militari italiani a Cefalonia era la seguente: Divisone Acqui a Cefalonia 11525 uomini, a Corfù 3500, giunti dall’Albania dopo l’8 settembre, 4000 uomini per un totale di 18025 uomini. In base alle fonti disponibili negli anni novanta i Caduti furono 5000 in conbattimento o fucilati dopo la cattura, 3000 Caduti in mare durante il trasporto, il resto sopravissuti. In totale circa 8000 uomini. Padre Fortunato nel suo volume “Eccidio a Cefalonia” parla di 7000 fucilati. Giorgio Rochat  parla inizialmente di 6.500 caduti e 3000 caduti in mare; Semore Girgio Rochat dopo aver avuto a disposizione i contributi dello Schreiber nel 2001 parla di 4000 Caduti in Combattimento e fucilati dopo la resa, a Cefalonis, 600-800 fucilati dopo la resa a Corfù, 6418 Militari inviati nei campi di concentramento in Germania di cui 1360 caduti in mare. Quindi il totale dei Caduti si attesta tra 4600 ai 4800 Caduti più i 1360 Caduti in mare. Esiste anche la tesi minimalistica che tra i Caduti in combattimento e fucilati dopo la resa non va oltre i 1647 uomini.[1]

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[1] Un quadro di tutte le ipotesi dei Caduti, e deportati da Cefalonia è in Massimo Coltrinari, “Il Caso della “Acqui a Cefalonia. Il calcolo dei presenti ed il calcolo delle perdite al settembre 1943”, in  “Il Secondo Risorgimento d’Italia, Numero Speciale Cefalonia, Anno XX, n.5,  2010,Roma. Oppure su www.secondorisorgimento.it, Rivista Anno 2010 n. 5

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